LE CRONACHE DI LASZLO & LASZLO

 

QUESTO TESTO È ATTUALMENTE TRADOTTO IN ITALIANO DA "Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Nel periodo in cui mi sono occupato della traduzione in inglese dei brevi racconti di mio padre, che si intitolano Solo El Paisaje Cambia ( pubblicato da José Janez), ho incominciato a pensare: "Potrei scrivere anch’io una ventina di brevi racconti di mia ispirazione, li abbino a quelli suoi e pubblico Le Cronache di Laszlo & Laszlo che comprenderanno un periodo lungo 100 anni ". Mi sembró un’ottima idea e decisi di realizzarla. Sono Andrés Laszlo Jr., uno dei tre narratori di queste storie, come potrete leggere nella seconda parte di questo libro; ho adattato le storie di mio padre, ho aggiunto le mie e daró voce alla tigre Chicch Kadune.  Acquista ora.

Presenteró i nostri racconti “biograficamente” ed ogni tanto metteró qualche commento, in maniera tale che non sará difficile riconoscere i tre personaggi intimamente.

Non ho la certezza che i racconti di Senior rispecchino la realtá, dopo che compí sei anni lo rividi solo una ventina di volte, peró sono sicuro che la sua fu una vita avventurosa, soprattutto quando era giovane e che le sue storie riguardino fatti realmente successi a lui personalmente o nel suo intorno. Quando in certe occasioni ritocco i testi di Senior, lo faccio solo ed esclusivamente per migliorarli e renderli piú interessanti agli occhi dei lettori contemporanei e dei produttori di film e teatro.

Mio padre fu un grande scrittore, ed é molto triste che non abbia avuto né un paese di origine (ne ha avuto diversi), né un figlio o un agente che si fosse dedicato a promuoverlo in questi ultimi trenta anni che susseguono la sua scomparsa. Scrisse sette libri di finzione e My Uncle Jacinto e Paco Never Fails sono pure diventati dei film. Nel periodo in cui Senior morí, la terza novella piú importante, Mother Unknown, stava per diventare copione cinematografico; recentemente si é adattata e tradotta in inglese.

Tutti i brevi racconti qui rappresentati, meno due, furono pubblicati prima in spagnolo con il titolo: Solo El Paisaje Cambia (Janez 1955), e dopo in francese come: Tout Passe (Amazon 2015, non adattato). Attualmente si sta traducendo in tedesco (2017), invece i miei racconti sono solo in francese.


1. IL CAVALLINO DELLA GIOSTRA

1915. Non ho idea in che anno Senior scrisse questa storia, peró siccome sembra una fantasia infantile, oppure una favola raccontata ad un bambino, ho stabilito che dovesse avere sei anni. In quel periodo, credo, che si dividesse tra la compagnia d'arte ambulante di suo nonno Maximiliano, nella quale collaboró come attore, e Budapest dove aveva iniziato gli studi. Quando mi raccontó la storiella io dovevo avere all'incirca cinque anni e se non ricordo male mi disse che era un fatto accaduto quando aveva piú o meno la mia stessa etá o almeno cosí ricordava. Comunque, quando incominciai a fare la traduzione in inglese e la adattai, mi ricordai perfettamente della via Fragonard 41 a Evry-sur-Seine (alle porte di Parigi), lí, Senior tra il 1955 ed il 56 compró una casa, dove visse cinque anni insieme a sua moglie (Ulla) ed a suo figlio (io Junior) e dove morí nel 1984. Cercó di stabilirsi lí stabilmente, ma ci riuscí solo fino al 1961, anche se spesso ebbe opportunitá di ritornare. In seguito la famiglia si separó, ma questo luogo insieme al negozio di antichitá Capricorno a La Nogalera di Torremolinos (Spagna), diventarono i suoi punti di riferimento e non nego che si tratta di uno dei posti in cui mi piacerebbe tanto ritornare prima o poi.

***

Per José Janés

   Al divincolarsi perse un pó l'equilibrio, stava quasi per cadere dalla piattaforma rotonda sulla quale si stava bilanciando. La mezzanotte era vicina e la luna che avrebbe dovuto sfidare per fuggire con successo, si stava nascondendo dietro una grande nuvola scura. Non c'era neanche un umano bipede in vista, quando finalmente il piccolo cavallo di legno decise che era giunto il momento della grande mossa, fuggire dal parco dei divertimenti, dagli spiacevoli bipedi e dalla giostra sulla quale aveva trascorso tutta la vita, tranne nel periodo in cui venne trasportato, dipinto, riparato o tenuto in deposito.

   Dopo l'ultima corsa del giorno, l'operatore aveva raddrizzato la sbarra di ottone che serviva sia a sostenerlo che a bloccarlo in posizione di schiavitú: ció che il destino fino ad ora gli aveva assegnato. Il manubrio peró non era ancora in posizione, perché l'operatore era stato interrotto dal direttore del parco, che era salito sul camion con una grossa bottiglia piena di qualcosa che i bipedi chiamano chiaro di luna. Avevano bevuto a lungo, ridendo e schiamazzando tanto che, quando l'ospite se ne andó barcollando, era quasi notte ed erano rimasti pochi visitatori.

   Dopo essersi liberato dalla sbarra, per evitare di attirare l'attenzione, rimase nella posizione assegnatagli, in attesa che gli ultimi visitatori se ne andassero. Temendo che la sua fuga svegliasse l'operatore, che dopo tanto alcool si era addormentato, rimase immobile.

Ormai era passata piú di un'ora da quando la gente aveva lasciato il parco, ed il piccolo cavallo di legno era rimasto fermo ed impaziente sul bordo della base di legno della giostra.

   L'operatore aveva iniziato a russare, il vento era favorevole, quando il cavallino decise di saltare silenziosamente fuori dalla giostra e senza far rumore uscí dal parco dei divertimenti trotterellando attentamente lungo la strada. Anche se si sentiva un pó spaventato e disorientato, non riusciva a capire perché le sue zampe fossero cosí deboli e tremanti come non mai. " In fondo non sono cosí spaventato..." pensó tra sé. Aveva difficoltá a mantenere l'equilibrio ed il buco nella schiena gli ricordava costantemente che d'ora in poi non poteva piú contare sulla sbarra. Sembrava che avesse dovuto riunire tutta l'energia e la forza di volontá per riuscire a mantenersi in posizione eretta mentre le distanze dal parco aumentavano. "Se cado come mi rialzo?"

   Si fermó guardando dietro di sé e pensó alla realtá che si stava lasciando alle spalle. Riusciva solo a distinguere la giostra da sotto i robusti alberi che la circondavano. Le sue acute orecchie comunque non percepirono nessun suono che potesse far suggerire che la fuga fosse stata notata da qualcuno. Dietro di lui, ad una certa distanza, dove l'autostrada si restringeva in una linea sottile, due fari di un veicolo sembravano competere tra loro.

   Sopra di lui una stella cadente si trascinava alla ricerca di un posto dove andare a riposare. Sembra che nessuno sia soddisfatto della propria sorte, pensó oggettivamente e filosoficamente, anche se con il termine "filosoficamente" non si sentiva proprio a suo agio. Forse la insoddisfazione si applicava sia alla volontá che ai desideri, ai piccoli cavalli di legno, come alle cose apparentemente innate. "Mi chiedo se quella stella cadente avesse accettato una vita da prigioniera e tenuta in posizione verticale da una sbarra di ottone..."

   Poi un raggio di luce lo colpí alle spalle, proiettandosi di fronte e con intensitá sempre crescente la sua ombra si rimpiccioliva. Per un momento si fermó in mezzo all'autostrada, confuso, ma quando il rumore del veicolo lo destó, incominció a trotterellare il piú velocemente possibile, verso il sentiero che correva parallelo all'autostrada. Si trovó di fronte ad un boschetto nel quale entró e realizzó di essere esausto. Guardó come il grosso camion passava oltre il suo nascondiglio e diventava sempre piú piccolo mentre la notte e l'autostrada lo avvolgevano. Appoggiato ai rami bassi di un alberello si sentí a suo agio, e fu quando si rese conto che ció che lo aveva davvero stremato non era stato tanto la corsa frenetica, quanto lo sforzo costante per mantenersi in equilibrio e non cadere.

   Sebbene fosse ancora esausto non sentiva piú le vertigini ed era in grado di riflettere chiaramente su ció che stava accadendo e su ció che gli rimaneva da fare. Prima di tutto, sarebbe dovuto uscire da quel villaggio senza essere visto e che doveva farlo il piú rapidamente possibile, perché se fosse stato avvistato sarebbe stato probabilmente catturato e riportato alla giostra. La ragione di ció era ovvia: tutti i bambini del villaggio lo avrebbero riconosciuto, ed anche se per sola pura malvagitá,( perché per quello si contraddistinguono la maggior parte dei giovani bipedi), lo avrebbero catturato e riportato alla rotonda, dal suo operatore, alla sbarra d'ottone, dal suo compagno nero e di nuovo nella schiavitú.

   Ancora una volta andava verso la sua strada e, immaginando di essere sostenuto dalla sbarra, trovava sempre meno difficoltá nel mantenersi in equilibrio. Funzionava davvero, tanto che presto notó che poteva muovere le sue membra molto piú liberamente e piú facilmente di prima. Non aveva piú crampi, era praticamente al galoppo, mentre si lanciava in avanti, dirigendosi verso il grande sconosciuto.

  

   Una grande nube si divise in due e la luna emergendo al centro, la rivestiva di color argento reclamando la sua egemonia celeste, e con un grande sorriso soffió un colpo di vento da far sentire un fruscio tra i cespugli. Trotterelló davanti ad un gruppo di rane che riposavano su delle grandi foglie galleggianti, crogiolandosi sotto la luna nel bel mezzo di un piccolo stagno lungo la strada e spettegolando su un acceso tema del quale il piccolo cavallo di legno non riusciva a capire neanche una parola. Poi, mentre si allontanava le vedeva tuffarsi dalle loro grandi foglie nell'acqua e, con sorriso compiaciuto osservava la loro vigliaccheria considerando che probabilmente non si erano mai allontanate da quel laghetto.

   Una brezza vellutata disturbó il suo galoppo sicuro per un paio di metri, ma riacquistó immediatamente l'immagine mentale di sé stesso con la sbarra di ottone sulla schiena, cosí che il vento riuscí a cambiare il suo ritmo solo un paio di volte. Poi continuó il suo viaggio con piú forza e vigore.

   Un pó piú tardi attraversó una pietra miliare bianca e la vista lo delizió cosí tanto che riuscí a trattenersi appena dal nitrire a gran voce. Aveva raggiunto il limite della cittá, ed era quindi fuori pericolo immediato; d'ora in poi, anche se avesse incontrato qualcuno, ci sarebbero state buone probabilitá che non venisse riconosciuto e quindi riportato indietro. "Anche se é proprio un gran peccato che non conosco la strada".

   Aveva riconosciuto il posto perché si ricordó di quando il parco dei divertimenti arrivó in cittá, sebbene da qui in poi non avesse idea del percorso. "Avrei dovuto prestare maggiore attenzione quando siamo arrivati". Fino a quel momento non aveva davvero pensato molto a come avrebbe fatto ad arrivare a destinazione, ma l'importante era raggiungere il limite della cittá e non lo avrebbero piú rimandato indietro, perché nessuno lo avrebbe riconosciuto; non aveva la minima idea di quale direzione prendere, ma se é vero che siamo nati per essere liberi, la stessa libertá mi guiderá, pensó.

   In realtá sembrava piuttosto plausibile, sebbene non sapesse come arrivarci, ne aveva sentito parlare diverse volte: il continente in cui i cavalli vivono liberi, o almeno senza regole se non le proprie. In quel luogo non dovevano lavorare per nessuno, almeno non fintanto che potevano evitare di essere catturati dai bipedi rossi con piume che crescono dalla testa piuttosto che dai capelli, e poiché i cavalli in quel luogo normalmente non avevano rapporti con i bipedi, non erano sottomessi alla volontá o ai capricci dei proprietari di parchi di divertimenti o dei fastidiosi bambini bipedi. Questi parlavano spesso di quel continente, ed era per cercare questo luogo meraviglioso che si era dato alla fuga. Sebbene non sapesse come arrivarci, sapeva che il nome del continente in cui tutti fossero i benvenuti era "America".

Non é che il piccolo cavallo di legno odiasse i bipedi, o i bambini bipedi. Non poteva soprattutto perché i sentimenti di odio gli erano estranei, era intrinsecamente incapace. D'altronde praticamente non aveva mai provato nemmeno il minimo affetto o empatia nei loro confronti. Il comportamento bipede di trascorrere le giornate vagando tra le bancarelle dell'intrattenimento, senza mai fare nulla per nessun altro, semplicemente non gli piaceva, e per il piccolo cavallo di legno, tutti sembravano uguali. Beh, non poteva distinguere il grande dal piccolo, il maschio dalla femmina e bambino da... No. Basta! Non voleva neanche pensarci, non ora, quando finalmente era riuscito a sfuggire dalla schiavitú che gli avevano imposto.

   Di recente non aveva avuto molti rapporti con loro perché la maggior parte preferiva visitare la signora con la barba, il teatro dei nani o distruggere palloncini con pistole ad aria compressa e di quelli che salivano sulla giostra, la maggior parte preferiva i leoni o i draghi. "Come se fossero migliori di noi!". Con movimenti ripetitivi i bipedi versavano liquidi colorati nelle loro bocche e, se uno di loro fosse salito sulla giostra, dopo qualche giro aveva lo stomaco sottosopra ed a volte, quando non aveva avuto il tempo di scendere, vomitava sulla sua criniera. La giostra stava infatti perdendo le altre attivitá di divertimento, questo era assolutamente chiaro. Né le donne, né le ragazze la amavano tanto, perché si sentivano a disagio al sedersi, non c'era posto sugli animali per mettere le gambe e quindi salvaguardare la dignitá. Pertanto, la conoscenza dei bidepi da parte del piccolo cavallo era limitata principalmente ai maschi, verso i quali ultimamente aveva quasi iniziato a provare qualcosa di simile all'ostilitá, e nella sua mente, in effetti, li considerava colpevoli della miserabile esistenza dalla quale era appena scappato.

I maschietti erano rumorosi, spietati, sporchi e capricciosi, la loro presenza un pericolo costante per il benessere fisico e mentale di qualsiasi animale. Se cavalcassero senza essere controllati li prenderebbero a calci nella pancia o sui fianchi, sgridandoli per farli muovere piú velocemente. "Come possono essere cosí stupidi da credere che possiamo correre piú in fretta, se abbiamo le sbarre di ottone?" Un bambino che saliva sul dorso di un cavallo contro la sua volontá sicuramente si sarebbe messo a gridare disperatamente aggrappandosi alla criniera, strattonandogli il pelo, stringendogli il collo con le dita appiccicose e sporcandolo dappertutto. O peggio ancora si facevano la pipí addosso, indubbiamente era un mondo triste, umiliante ed ingiusto, peró se lo stava lasciando alle spalle.

   Il suo vicino di casa, il destriero nero, chissà se si era pentito di non aver partecipato alla fuga, non gli era certo mancata l' occasione per sfuggire alla tirannia dei bipedi. "Per l'amor di Dio, é abbastanza grande per prendere in mano il suo destino, quindi perché dovrei compatirlo?" Pensó tra sé, anche se le sue dure parole nascondevano una certa dose di simpatia e comunque il cavallo nero doveva riconoscere che aveva fatto tutto ció che era in suo potere per convincerlo a scappare.

   Nel frattempo il piccolo destriero bianco galoppando assorto nei suoi pensieri, si sentiva volare nella profonditá della notte. Le cose stavano andando bene, ed anche la brezza sembrava collaborare, lo spingeva dalle spalle incoraggiandolo e sostenendolo. La luna che invece aveva raggiungo il massimo della luminositá non era di aiuto quando cercava di riposare. Un vecchio coniglio fuggí terrorizzato e si rifugió nel tronco di un albero secco, e da lí il cavallino poteva sentirlo respirare pesantemente.

   Tutti quei piccoli eventi insignificanti che in superficie erano di pochissimo interesse, servivano a fortificarlo, e attraverso ogni nuova esperienza la fiducia in se stesso e nelle sue possibilitá di successo diventava piú forte. Se il vecchio vicino elefante rosa potesse vedere con che grazia si destreggiava nella notte su quel...

*

All'improvviso comparve un bambino con una bicicletta, che si spostó sul lato destro della strada quando vide il piccolo cavallo. "Che ci fa un piccolo bipede in bicicletta nel bel mezzo della notte?" Il bimbo lo guardó a lungo e con sorpresa, ma poi si mise a ridere e scherzosamente suonó il clacson. La bicicletta col suo padrone scomparve, ma il cavallino si fermó improvvisamente contro la sua volontá. "Beh, ma io non volevo fermarmi, quindi che mi succede?" Le sue membra ormai rigide vibravano come sempre, eppure era incapace di fare qualsiasi movimento.

   Spaventato, vicino al panico, si mise ad esaminare la situazione con freddezza e capí il motivo. Un fenomeno ereditario concluse, probabilmente accade a quelli con un lavoro come il mio, é un rischio professionale. Un semplice incidente, un semplice dirigibile, non deve essere la causa di un fallimento, tutto ció di cui ho bisogno é un ciclista.

  

Era una diagnosi rapida, reale, né esagerata, né affrettata e per quanto riguarda la conclusione sicuramente azzeccata. Durante la sua vita passata nella giostra, il suono di una campana segnava l'inzio e la fine dell'attivitá o viaggio come preferiva considerarlo, ed é per questo che il clacson lo aveva bloccato. Incapace di muoversi si rattristó, sembrava che il suo cammino fosse cosparso di stupidi ostacoli, come la perdita di equilibrio prima ed il blocco adesso, ostacoli non previsti durante la progettazione della fuga. "Quanto é diversa la realtá dalla teoria!"

   Sopraggiunse la notte ed alcune stelle sembravano battere le palpebre con compassione. La brezza fece un impasto con la polvere della strada per cospargerlo sulle canne che scuotevano la testa. "Ognuno si diverte come puó", pensó paralizzato, mentre si sforzava per non guardare il vecchio coniglio uscito dall'albero e seduto sotto di lui che lo guardava curioso e sfacciato. Come se si fosse pentita della precedente inattivitá la luna, cominció a correre verso l'orizzonte intenzionata a recuperare il tempo perso. Il cavallino rimase sconcertato da tale manifestazione.

"Avevo solo bisogno di questo", pensó, perché perdere la luna avrebbe significato il fallimento della spedizione.

   Non aveva mai pensato seriamente di poter arrivare prima della luna. Era troppo intelligente e consapevole per credere in qualcosa del genere, ma voleva solo seguirla allo stesso ritmo, senza perderla di vista. La sua scomparsa ha sempre significato l'inizio del regno del sole, che fa emergere i bidepi dai loro nascondigli. Se ció accadesse non ci sarebbe niente che potesse salvarlo durante il viaggio. Il terrore si mescolava alla tristezza. Stava giá contemplando con crescente sgomento le sue membra tese ed incapaci, quando sentí un rumore in lontananza seguito da passi affaticati e trascinati. Il coniglio scomparve all'improvviso, non si sentiva nessun motore che accendesse una luce di speranza, desiderava una bicicletta. I passi divennero piú forti, il raggio di luce aumentó, si udirono voci e brandelli di frasi, stava per esplodere di emozione quando udí il suono di una campana. In altre circostanze non ci avrebbe neanche fatto caso, era diretto ad una coppia che tirava un sacco di patate marce; il cavallino sentí improvvisamente le zampe riposate, l'umore e lo spirito di nuovo alto e come una freccia si lanció nello spazio.

*

   La rugiada che si era depositata sul suo corpo si dissipó rapidamente, cosa che lo aiutó notevolmente nella corsa. Il ricordo del rude coniglio continuó ad irritarlo per un pó, ma piú aumentava il ritmo, meno lo ricordava. Si rese conto che in futuro avrebbe dovuto prestare piú attenzione alle biciclette, peró forse i bipedi rossi non le utilizzavano e con questa consapevolezza si arrese completamente al piacere della velocitá. Non pensava a nulla in particolare, galoppava, fissava la luna ed aumentava la velocitá come non gli era mai successo prima. Le pompe di benzina rosse e bianche apparvero sulla strada, ma le evitó prudentemente, anche se non rappresentavano una minaccia perché erano chiuse ed avrebbero dormito tutta la notte.

   Un pipistrello emerse da dietro il camino di una vecchia casa, apparentemente incuriosito, si avvicinó in un volo misurato e magistrale. "Saró piú prudente in futuro" si ripromise, e per un pó cercó di guardare la luna con un occhio e con l'altro i rumori, cercando le biciclette, ma lo sforzo presto si riveló piuttosto antiproducente, inoltre cercare di guardare due cose allo stesso tempo lo rallentó, cosí decise di distogliere lo sguardo da terra, e canticchiare per non sentire campane in lontananza. Era un pó infastidito dal pipistrello che era diventato suo compagno di viaggio, "Non importa, non importa, non devo prestarvi attenzione. Presto ti stancherai". Non oserá allontanarsi tanto dal nascondiglio, potrebbe schiantarsi contro un albero. Tracciava figure geometriche sopra di lui sempre piú complesse, dimostrando con irritante chiarezza la sua superioritá nel muoversi in aria. "Devono essere parenti dei draghi, forse per questo sono insolenti" concluse. Dopo un pó scomparve dalla vista.

   In lontananza, oltre il punto in cui la grande strada sotto di lui svoltava a sinistra, si intravedevano le luci di una grande cittá in salita verso il cielo. L'autostrada sulla quale aveva deviato si uní alla superstrada, giá piena di macchine, da Hannover ad Amburgo. L'autista di un camion rimase a bocca aperta e si fermó quando gli passó vicino; anche il cavallino rimase sorpreso fino a che si diresse verso la pista per cavalli che stava lí davanti. Il camionista riavvió il motore e partí, da dietro si sentirono schiamazzi ed immediatamente si rese conto che il cambio di strada non era stata una cattiva idea. Era peggiore di quella che aveva appena lasciato, piena di zolle, ma questo non lo infastidiva perché i suoi zoccoli raramente toccavano il terreno, quindi non era importante. La cosa buona, come ben presto si rese conto, era che nessuna bicicletta avrebbe potuto seguirlo su quel sentiero accidentato.

   Infatti percorse molti chilometri nella piú perfetta solitudine. Aveva riacquistato fiducia e la volontá era stata mitigata da quella meravigliosa sensazione di indipendenza. Dilató le narici inalando l'aria del vento infuriato ed osservó beato le rane che non riuscivano a mantenere il suo passo. Una volpe spaventata si tuffó in una pozzanghera coperta di canne, una cosa completamente contraria alle abitudini di quegli animali. Sprizzava allegria e soddisfazione, e si sentiva sempre piú vicino alla luna, non c'era ombra di dubbio. Se riusciva a mantenere quel ritmo di marcia, in pochi minuti l'avrebbe sorpassata. Stava per raggiungere il suo scopo.

   La sua vita avrebbe finalmente un senso, le sofferenze del passato non sarebbero state vane, aveva raggiunto la maturitá a sue spese. Comunque sarebbe rimasto un cavallino modesto e tranquillo, senza vantarsi della sua saggezza e della sua esperienza; avrebbe aperto bocca solo per rispondere a domande con parsimonia e con frasi semplici e complete. Allo stesso tempo si sarebbe informato per imparare cose nuove e soprattutto per risolvere certe questioni che da tempo lo assillavano, come la mancanza di armonia tra i suoi colleghi: "Chi sono i primi della giostra?"

   Solo un osservatore superficiale potrebbe considerare frivolo e vano un problema cosí serio. Nel suo triste destino, quel piccolo gruppo di animali avrebbe potuto formare un nucleo omogeneo se avessero trovato un punto d'incontro. Sfortunatamente tutti i tentativi fallirono miseramente. Nel corso del tempo si erano formate fazioni piú o meno numerose che non sono mai riuscire a sciogliere il bandolo della matassa. Le antipatie e le liti erano all'ordine del giorno, rendendo l'esistenza ancor piú difficile. Poi i gruppi si sciolsero, ma solo per dare vita a nuovi gruppi che alimentarono odio e disprezzo. Quante volte ci hanno provato con le elezioni! Quante? Era doloroso pensarlo. Tante promesse trasformatesi in bolle di sapone, ognuno votando per se stesso, indipendentemente se il voto fosse o meno segreto. Comunque a dir il vero non era un gioco da ragazzi far giustizia.

Prendi per esempio gli elefanti, indubbiamenti erano i piú grandi, ma anche i piú limitati, senza contare che le proboscidi si rompevano continuamente e bisognava sostituirle; i bambini le preferivano ai sedili e se gli veniva proibito era inevitabile che alla fine del giro gli slittassero sopra come nel film di Tarzan. Inoltre erano senza coda, perché mai dovrebbero essere i primi? Solo perché occupavano piú spazio degli altri? E' ridicolo!

   La stessa cosa é successa con i cammelli: vuoti, privi di intelligenza, la stupiditá superava solo la cattiveria. Certo, non si intromettevano negli affari degli altri, ma in questa circostanza non so se si poteva considerare una qualitá. Il loro fisico dimostrava chiaramente che fossero destinati alla servitú, perché la natura non aveva creato niente di meglio come sedile per l'uomo. Inoltre, in base a fonti attendibili, gli arabi durante le peregrinazioni nel deserto, usavano il loro ventre come serbatoio di acqua. Essi stessi affermavano che conoscevano diversi trucchetti per sbarazzarsi dei loro passeggeri, come per esempio sfregandosi contro una parete o un tronco d'albero. In ogni caso non potevano dimostrare ció che affermavano. Come avrebbero fatto a farlo? Esteticamente sono proprio brutti, ma di questo è meglio non parlarne e poi che colpa ne hanno loro!

   Un altro era il caso dei draghi la cui arroganza é risaputa. Chiacchieroni, superficiali, per molti anni avevano avuto il primato come grandi oratori, anche se illegalmente, perché non avevano mai ottenuto la maggioranza assoluta. Il loro diritto di superioritá era essenzialmente basato sul fatto che nessun essere vivente si sentiva a proprio agio come loro: in aria, in acqua e sulla terraferma.

   Col tempo il comando lo ottennero in parte per legge ed in parte perché é molto difficile controbattere i loro argomenti. Per puro caso si scoprí che erano entitá inesistenti, mitologiche, le scienze naturali non li prendevano neanche in considerazione.

 E le zebre? Potresti prenderle sul serio? Non avevano idee chiare, né potevano averle, erano state posizionate sul lato opposto della giostra, nascoste dalla struttura centrale; lo stesso succedeva alle tartarughe che le stavano accanto. Le zebre affermano di essere parenti dei cavalli, anzi li trattano come loro discendenti. I draghi descrivono molto bene il loro aspetto: piccole, dal collo corto, con la coda spennacchiata che sembra una frusta, senza grazia né delicatezza. Era sufficiente o doveva aggiungere la sua opinione personale? "Maleducati e ricoperti di strisce ridicole? Per cosa poi? Disprezzare un altro essere vivente, un altro animale, un possibile parente? Dai, per l'amor di Dio!" Peró che fossero loro i predestinati, questo proprio no!

   Per quanto riguarda gli animali che si trovavano dietro di lui, sebbene non potesse girare la testa, poteva osservarli con la coda dell'occhio attraverso uno specchietto. Si era ripromesso di scrutarli meglio, prima di scappare, ma con l'eccitazione del momento si era dimenticato. "Si vede che non era tanto importante".

   I tavoloni che attraversavano il fiume risuonavano sotto le sue zampe. Il cavallino dovette interrompere il profondo momento di meditazione, per scegliere rapidamente la strada da prendere al bivio, non voleva perdere il ritmo. Non vedeva piú la luna, e guardando la sua ombra era sicuro di aver vinto, ormai l'aveva superata.

   "Tutto é questione di volontá e resistenza" pensó, orgoglioso del suo valore. Certo, forse l'aveva superata o forse no! Magari la luna non era in stato di libertá e delle leggi severe le impedivano di competere, forse non l'aveva neanche visto galoppare. Chi lo sa! Nessuna bicicletta o altro veicolo apparve sul suo cammino, cosí ricadde nei suoi pensieri.

   " Le tartarughe?" E involontariamente rallentó il passo. Si, certo, erano equilibrate, sagge e sensibili, benevoli ed indiscutibilmente modeste. Erano forti, tenaci, e sopravvissute perfino agli elefanti. Ma...Ma...Esistevano esseri piú conservatori e piú antiquati di loro? Detestavano ogni tendenza moderata, ogni volta che la giostra girava avevano le vertigini ed assumevano un aspetto cadaverico, odiavano la velocitá e si davano importanza solo perché una volta erano state piú veloci di un coniglio.

   Riflettiamo un pó. Va bene che abbiano vinto! Ma noi che c'entriamo con i conigli? Timidi, stupidi, affamati roditori che, non appena nevica, approfittano dell'oscuritá della notte per sgattaiolare sotto la giostra, rosicchiano le tavole marce e poi scappano terrorizzati dal rumore dei loro stessi denti. Prima o poi i capi, quello che dovranno affrontare non saranno certo i conigli, bensí il vero grande nemico: l'uomo!

"La tartaruga non si regge su due zampe neanche in caso di pericolo. Non é piacevole immaginare la scena!"

Vediamo il caso dei leoni. E' una questione seria, di peso, che non puó essere trattata superficialmente. Rifiutano con arroganza e freddezza qualsiasi discussione sulla loro superioritá: non accettano di essere paragonati a nessun altro animale, sole o stella che sia. Sono forti, potenti, sicuri,veloci, coraggiosi, belli e sono stati creati dalla Natura per essere sovrani.

"Molto bello, molto bello, anche troppo bello, come se lo leggessimo sulle pagine a colori di un libro di scuola elementare".

"Sono forti? Si! Sono potenti? Si! Sei sicuro? Relativamente! Apparentemente é difficile per loro tornare ad attaccare quando falliscono la prima volta. Veloci? Indubbiamente! Coraggiosi? Meglio non parlarne! Tutti sanno che non appena vedono un uomo scappano con la coda tra le gambe, come cani randagi. Per attaccare devono essere molto affamati e prediliggono donne e bambini. Sono belli? Questione di gusti! In realtá la femmina non é brutta, peró il maschio con quella lunga criniera é proprio ridicolo, e poi sembra che addosso abbia la pelliccia di un orso che gli fa perdere la delicatezza del collo e la linea slanciata del petto. Comunque questi sono problemi secondari e dell'estetica nessuno é responsabile. La cosa peggiore é che né la Natura né gli animali hanno colpa, bensí gli uomini che lo hanno proclamato re degli animali, e deve aver avuto buoni motivi per farlo. Molto, molto, si devono fidare di loro se li hanno introdotti anche nei loro scudi. Si puó considerare affidabile qualcuno che é considerato tale dagli uomini?"

"Rimangono le giraffe. E' interessante, anche se inutile, pensare alle basi ed alla legittimitá delle loro affermazioni. Dato che il loro lungo collo, che é solo un complemento, non si adattava al tetto, i progettisti della giostra glielo hanno inclinato tanto, quasi da toccare gli animali vicini e creando tra di loro un grande spazio. Le giraffe sostengono invece che lo spazio é stato intenzionale. La cosa piú irritante comunque é che nel caso in cui si accettasse la loro assurda teoria, i personaggi meno importanti della giostra sarebbero proprio i cavalli che li hanno preceduti. In una parola cosí stavano le cose. Per favore, che qualcuno faccia giustizia!"

   Fissó lo sguardo verso l'orizzonte che sembrava aver cambiato tonalitá. Aveva perso il colore rosato e acquisito una vivace sfumatura tra l'oro e l'argento. "Stanno chiudendo i locali di San Pauli", pensó ricordando le luci accecanti al neon, ma il suo pensiero ritornó ai suoi compagni.

"Se dipendesse da me, se dovessi decidere io, potrei risolvere il problema facendo giustizia? Chissa!"

"Forse si... Se potessi dimenticare che anch'io sono un cavallo e, quindi, una parte direttamente interessata... Ma sarebbe possibile dimenticare questo particolare? Che cosa potrebbe succedere? Beh, proviamoci!"

   Fece uno sforzo immane per neutralizzare il suo istinto, le sue origini, e quando sentí che c'era riuscito, la sua mente esaminó con fredda imparzialitá i suoi ex compagni. Vide le cose con chiarezza attraverso una conclusione molto semplice.

"Considerate prima di tutto quali sono le virtú essenziali del buon sovrano: intelligenza, benevolenza, comprensione, forza, resistenza e spirito collettivo. Sono sei qualitá, ognuna delle quali riceverá un punto. L'animale che raggiunge il punteggio piú alto, sará indubbiamente quello che merita il ruolo principale".

   Completamente assorto nei pensieri continuava a galoppare.

Cominció con gli elefanti, ai quali concedeva tre punti: forza, benevolenza e comprensione; ai cammelli solo un punto per la resistenza; ai draghi non era disposto a concedere nient'altro che intelligenza e forza; alle zebre: intelligenza, comprensione e tenacia; alle tartarughe, nonostante l'antipatia assegnó quattro punti: intelligenza, gentilezza, forza e resistenza; ai leoni al massimo un punto: coscienza sociale; avrebbe volentieri lasciato le giraffe senza punti, ma rivedendo il giudizio, gliene diede uno, senza sapere bene se l'intelligenza o la tenacia. Rimanevano i cavalli.

   Adesso si che le cose si complicavano! Poteva trasformarsi in giudice imparziale solo a costo di uno sforzo immane. Valutó cento volte ogni punto, prese in esame tutti i difetti, le debolezze, le qualitá, non voleva commettere la benché minima ingiustizia.

   Infine, che lo volesse o no, dovette dare ai cavalli sei punti: intelligenza, gentilezza, comprensione, resistenza, forza e coscienza sociale.

   Una valutazione minuziona e corretta. Chi oserebbe dubitare della sua obiettivitá?

   Galoppando, per fortuna, ad un certo punto, abbassó lo sguardo e fu in grado di frenare in tempo, evitando di schiantarsi contro una costruzione apparsa lungo la strada. Si fermó solo a pochi millimetri dall'ostacolo e quando alzó gli occhi e si guardó intorno, realizzó che si trovava di nuovo di fronte la sua "tanto amata" giostra.

    

  

    


3. il mio amico nella foto

1935. Come spesso succederá non posso dire l’anno esatto di questa storia, peró sembra piuttosto evidente che Senior sia un esperto in quella che sará la sua prima “vera” professione, cioè direttore teatrale. Siccome è la prima volta che assume il ruolo di “io”, ho deciso di credere che questo “io” fosse riferito a lui e che la esperienza, almeno in parte, reale. Anteriormente credo che abbia lavorato come critico, attore e direttore di scena, quindi non penso prima del 1935 (epoca in cui aveva 25 anni). Durante un certo periodo di tempo si occupó della compagnia d’arte drammatica ambulante di suo padre, forse ne fu anche proprietario, e non mi sorprenderebbe scoprire che ho fratellastri e sorellastre nati in quell’epoca. Tuttavia qui sembra che fu contrattato in qualità di direttore forse prima di assumere il controllo totale della compagnia di Maximiliano, doveva avere poco più di 25 anni, e siccome lasció l’Ungheria nel 1938, non puó essere molto piú tardi. Considerando il momento, il luogo e gli antecedenti della nostra famiglia, il ruolo di vampiro credo che fu per Senior piuttosto normale (nato “von Keller”), avendo avuto come antenati creature immortali o almeno notturne. In realtá, si dice che (i von Kellers) fossero molto vicini ai Dracula. Mio padre predileggeva lavorare di notte e si svegliava sempre tardi ed io che ero affascinato dai vampiri, fantasticavo facendo arrabbiare mia madre, anche perché lui non smentiva mai le mie teorie.

***

Piú o meno un anno prima che scoppiasse la guerra, io mi trovavo nella provincia cecoslovacca di lingua ungherese, perché si era formata una compagnia teatrale. Il direttore del teatro (recentemente restaurato) mi invitó mettendomi anche fretta, a mandare in scena il mistero di Hugo von Hoffmanshal, Jedermann, che in quel periodo si stava rappresentando in tutta Europa e dopo solo otto giorni alzammo il sipario.

Al termine della gala andai in camerino per togliermi lo smoking, quando qualcuno bussa indeciso alla porta e senza darmi il tempo di parlare, mi ritrovo di fronte un giovane alto e magro, avvolto in un ampio mantello e sfoggiando una cravatta “Lavalliére”. Aveva gli occhi incavati, le occhiaie, le spalle strette e curve, e nelle mani smunte come artigli, teneva stretti dei manoscritti.

- Avrei giurato che non mi avrebbe riconosciuto – disse attraverso le labbra sottili,pronunciando questa frase al posto del saluto. Con gesto scontroso gli voltai le spalle, ero un pó in difficoltá, dovevo ancora abbottonarmi i pantaloni.

- Mi chiamo Salgó, Brandi Salgó, figlio di Salgó Molare di oro – disse, sforzandosi ad animarsi un pó, come se mi dovesse comunicare una buona notizia; intanto con gli occhi guardava con insistenza una sedia.

Naturalmente lo feci sedere e, se non ricordo male, mi scusai per l’accoglienza. Il giovane era venuto a congratularsi per l’esito dello spettacolo, insistendo ripetutamente che era stato il massimo godimento artistico della sua vita. Allo stesso tempo, approfittó dell’occasione per mettermi a conoscenza del fatto che i nostri rispettivi padri avevano lavorato nella stessa compagnia e lo dimostró facendomi vedere una vecchia fotografia nella quale apparivamo entrambi da bambini, sui gradini di un palco, di qualche parco municipale di provincia. Fedele alla tradizione, anche lui aveva seguito le orme di suo padre, anche se mi avvertí che “ se ricorreva i paesi con la sua piccola compagnia della quale era attore protagonista, lo faceva col carro della dea Talía e non della dea Fortuna”.

Mi comunicó con la massima modestia che aveva un grande talento, che il suo posto giá da tempo doveva essere in un grande teatro di Budapest; mi confessó anche che, per essere autocritico, non era bravo ad amministrarsi da solo, e per mancanza di mezzi non aveva un rappresentante, figura che comunque in fondo non apprezzava e della quale non aveva alta considerazione. Anche se lentamente, pian piano arrivammo al motivo della visita: fra due giorni la sua compagnia avrebbe portato in scena uno spettacolo, in un paesello di Cárpatos Minor e lui interpreterebbe il ruolo di Oswaldo in Spettri. Mi pregó che andassi a vederlo e che dopo gli cercassi lavoro a Budapest considerando che per me era sufficiente alzare solo un dito per riuscirci.

Un simile viaggio non mi avrebbe portato niente di buono, anche perché a parte della stanchezza, peserebbe sulla mia coscienza tutto ció che dovevo ancora scrivere e ripassare. Quando dissi che per disgrazia mi era impossibile assistere, speranzoso che la cosa finisse lí, sottovalutai la determinazione e la fermezza del mio compagno di fotografia. Mi descrisse di tutti i colori il piacere che potrei provare nel trascorrere un giorno in paese: il canto del gallo, l’aria pura, il pane casereccio e mi promise farmi provare anche lo stufato di orso. Quando arrivó all’argomento grappa distillata in piccoli mestoli, delle ragazze dalle misure come giunchi e carne soda, mi ero convinto che qualsiasi resistenza sarebbe stava vana. Una lagrima autentica brilló nei suoi occhi quando gli promisi che sarei andato, e per concludere mi confessó che lo spettacolo si sarebbe celebrato in mio onore e che non lo aveva detto prima per non farmi troppa pressione.

Nel pomeriggio del giorno fatidico, una modesta macchina “Tatra” venne a prendermi all’hotel. Era autunno inoltrato, la natura sembrava che sbadigliasse e che si preparasse per il letargo. Andavamo veloci per le strade di montagna e ad ogni passo facevamo volare stormi di corvi.

- Possiamo incominciare a prepararci per un duro inverno – mi disse l’autista, segnalandomi i tronchi rosicchiati dai conigli: tristi, spogli e atterriti.

Quando incrociammo due cervi che saltellavano allegramente consapevoli del divieto di caccia, senza alterarsi, incomició a parlare delle volpi che prediliggono le galline ai conigli ed alle cornacchie; dei cinghiali che sterrano le radici dei raccolti; dei daini che sono veloci e dei lupi che mordono. All’improvviso mi spaventai, perché dette una brusca sterzata di volante, facendo una gincana tra gli alberi, solo perché aveva visto un gufo e non voleva passargli davanti. Mi ricordai quindi che stavamo attraversando la terra dei superstiziosi, parte integrante della montagna. Incominciava a imbrunire e lasciando da parte l’argomento natura, cercó di distrarmi raccontando storie soprannaturali, pletoriche di avvenimenti miracolosi, di incubi e folletti. Era interessante constatare come il piú inoffensivo di quei mostri che beveva sangue di bambini o di mucche sotto il manto della notte tormentosa, fosse giudicato con piú benevolenza che i conigli. Per quanto mi riguarda commentavo il meno possibile e quando arrivammo in paese scesi dalla macchina con il piede sinistro, cosí come il mio accompagnante mi aveva consigliato.

     Il signor Salgó mi stava aspettando in compagnia della massima autoritá locale: il fabbricante di bastoni, proprietario della macchina in cui avevo viaggiato. Come prima tappa visitammo la fabbrica piú importante della zona che dava lavoro a trenta operai. Come aperitivo mi offrirono in ufficio la grappa riscaldata nel mestolo e poi ci dirigemmo verso il teatro. Durante il cammino l’attore si scusó per non avermi accompagnato personalmente , si preparava di giorno e di notte, per evitare errori sul palco in mia presenza. Mi chiese che significasse la parola nel copione vermoulu e come si pronunciasse. Quando si alzó per iniziare le prove, un foglio scritto con lettera infantile cadde per terra, lo prese e lo mise nella tasca del pantalone, io lo guardai sorpreso e senza dire una parola, l’attore capí il perché della mia reazione. La tradizione teatrale vuole che prima di raccogliere un foglio da terra, bisogna calpestarlo altrimenti il fiasco é assicurato.

- Non sono superstizioso – mi disse ridendo – Ci mancherebbe altro! A parte queste stupidaggini medioevali degne di paesanotti che non conoscono altri tipi di distrazioni, spero di poterci vedere durante la pausa – disse mentre si ritirava.

*

Lo spettacolo si celebrava nella grande sala dell’ Hotel Ristorante, al fondo del quale risplendeva uno scenario improvvisato su barili vuoti e sopra di questi nell’angolo destro un piccolo palco, l’unico, costruito in onore del mecenate e fabbricante di bastoni. Sentimmo uno scricchiolio angustioso mentre prendavamo posto, il signore dallo smoking con una bellissima rosa bianca all’occhiello ed io.

Si udí il suono acuto di un corno. Il direttore di scena, vestito con una vecchia giacca da combattimento, abbassó gli stoppini delle due grandi lampade a gas che illuminavano la sala. Quando il corno suonó di nuovo, l’uomo accese con una enorme torcia le candeledella stanza e quando suonó per la terza volta, alzó il sipario.

Piuttosto singolare era la disposizione dei posti a sedere: invece di file parallele o lievemente arcate , formavano mezze stelle. Si avvicinavano al centro dello scenario in modo che a partire dalla cuffia del suggeritore, otto file di poltrone irradiavano verso la sala. Rimasi un bel pó cercando di capirne il motivo, fino a che alla fine il mecenate mi spiegó a bassa voce:

- le piccole compagnie come questa, nelle brevi stagioni di otto o dieci giorni, riescono a coprire le spese solo se il segretario riesce a vendere abbonamenti con anticipo agli “intelligenti” -

Generalmente questi aderiscono con piacere a chi apporta cultura, assicurando la loro presenza almeno in un paio di rappresentazioni, peró occupare la seconda fila…Questo proprio no! Da qui nasce la necessitá di preparare otto file. Lei non conosce la mentalitá dei paesani. É brava gente, formale, sa? Peró come le posso dire, un tantino snob…

Con l’alzare del sipario, gli applausi accolsero l’entrata del signor Salgó. Con il suo vestito a quadri e la pipa inglese, sembrava piú un poeta persiano che un pittore norvegese recentemente arrivato a Parigi; anche se presto riuscí a farci dimenticare questo piccolo dettaglio. Dopo le prime tre frasi, non c’era nessun dubbio che quell’uomo fosse un buon oratore ed un buon attore, anche se la miseria e la mancanza di stile che lo circondava lo frustravano giorno per giorno. Comunque la stoffa era eccellente.

Era alquando sgradevole che tutti si stessero esibendo in mio onore. Avevano imparato il copione per me, sfoggiato il miglior vestito, si erano abbellitti come non mai, e tutte le parole erano rivolte a me, al signore onnipotente arrivato dalla capitale, l’uomo che firmava un contratto alzando solo un dito.

Intanto lo spettacolo proseguiva in una atmosfera sepolcrale. Vicino a me sull’ultima poltrona un possidente fumava la pipa, aveva collocato il suo enorme cappello davanti a sé sul bordo dello scenario e mentre Oswaldo descriveva a sua madre animosamente le amarezze provate a Parigi, io notavo la crescente irrequietezza dell’uomo e non mi sarei meravigliato se avesse tirato un calcio a quell’unto indumento.

Percepí che stavano cambiando il copione. Senza dubbio, a parte dell’intenzione di onorarmi, avevano attirato quella gente superstiziosa per riempire la sala, seducendola con il titolo della opera. Peró poiché non volevano ingannare il pubblico, e nel dramma non erano previsti veri fantasmi, si sforzarono a sostituire il mistero con lampade colorate, ululati in lontananza, rantoli e tuoni. In breve, l’opera trattava di un giovane provinciale che ritorna a casa di sua madre, vedova, lamentandosi del fatto che a distanza di poco tempo, aveva subito due gravi crisi nervose. Rattristata la madre esprime il sospetto che suo figlio forse é un pó ritardato poiché suo padre era sifilitico. Speranzosa che l’aria salubre del paese riesca a guarirlo, gli suggerisce di sottoporsi ad un periodo di astinenza, allontanandosi dal letto di sua sorella di latte. Oswaldo accetta di buon grado il consiglio della madre, anche se in cambio le fa promettere che se dovesse avere una ricaduta lo deve avvelenare, cosí la finisce con tanta sofferenza.

Come ai tempi di Ibsen, il nome della malattia del padre scapestrato non si poteva pronunciare in scena, l’autore quindi qualificó il personaggio vermoulu: non so, forse avevo fatto una traduzione un poco superficiale di quel termine tecnico. Verso la fine dell’atto, le mani ed i piedi del signor Salgó si agitarono, come se dei vermi si ritorcessero sulla sua pelle.

Una folla di applausi salutó l’artista mentre fece una reverenza. Scendemmo in cantina per prendere un “tonico cardiaco” che avrebbe sostituito il buffet. Durante la pausa, ebbi la opportunitá di osservare una coppia bevendo il suo drink , camminando insieme apparentemente in armonia, peró con la testa girata in modo strano. Quando si riaprí il sipario scoprí l’enigma: anche se stavano seduti uno accanto all’altro, le poltrone formavano un angolo acuto, uno guardava lo scenario girando la testa completamente a destra, mentre l’altro quasi sopra la sua spalla sinistra, quei due poveri disgraziati erano senza nuca.

Anche il secondo atto fece rabbrividire il pubblico, ed alla fine arrivammo all’ultima parte del dramma, alla grande scena di Oswaldo che, come in tutte le opere saggiamente composte, é il momento culminate della rappresentazione: Oswaldo seduto nel salone conversando tutta la notte con sua madre, apparentemente in tranquillitá; poi la donna evidenzia che ormai é giorno e che la luce accesa é superflua, la spegne, si dirige verso la finestra ed apre le tende. É veramente tardi, la luce mattutina irrompe nella stanza abbagliando violentemente Oswaldo che rimane con lo sguardo fisso verso il chiarore. Dopo una interminabile pausa lascia penzolare il labbro inferiore e rivolgendosi a sua madre disperata, dice “ Voglio il sole, madre. Il sole….Il sole…”.

Questo, soltanto questo era il testo della scena finale, a parte della mimica con la quale la sconsolata madre avvelena suo figlio.

Peró il signor Salgó fece bene la sua parte, dimostró di essere un imprenditore, un uomo che sudava il denaro che guadagnava. Non era un aborto propagandistico e neanche un falso attore come quelli yankee che occultano il mancato talento con l’approssimazione, che dichiarano di amare con le mani in tasca, o sterminano una banda di facinorosi con una mitragliatrice e masticando cicles. No, di lui non si poteva certo dire questo! Ci aveva insegnato come si impazzisce in scena: prima inizió affannando prudentemente, dopo rantolando, gli occhi uscivano dalle orbite, ed il corpo sembrava danzasse il ballo di San Vito; mischiava con abilitá i sintomi dell’epilessia, rabbia e avvelenamento da stricnina. Prolungó quella grande scena drammatica per molto tempo, ripetendo innumerevoli volte la parola “madre” e “sole”, “il sole”, parole che non aveva osato cambiare probabilmente per la mia presenza.

Non so quanto tempo duró quella situazione, peró l’uomo con gli stivali che occupava la poltrona sotto di noi si spazientí, dirisse una occhiata di traverso al tipo che pedalava affannosamente in primo piano, alzando un poco la bicicletta, cosí il faro sostituiva il sole radiante, si alzó, si mise il cappello ed uscí dando calci alle poltrone.

E cosí concluse lo spettacolo. Devo dire in difesa del pubblico che nessuno rise, anzi tutti azzittirono l’inopportuno.

Scendemmo per complimentarci nel suo camerino, gli promisi che avrei cercato di fargli firmare un contratto nella capitale, poi raggiante il signor Salgó ci accompagnó in sala per cenare.

Siccome nessuna donna partecipava al banchetto toccó a me essere il capotavola, vicino a me sedeva l’anfitrione e fabbricante di bastoni, mi disse che la mia visita aveva provocato una autentica rivoluzione sociale tra le donne in vista del paese, che non potevano comunicare apertamente con la gente di teatro. Nel circolo di conservatrici rappresentato dalla moglie del notaio, abbonata a varie riviste femminili, la guerra ideologica era durata due lunghi giorni con la conclusione, dopo una votazione generale e pubblica, che tutte le signore sarebbero andate a casa.

Quando l’orchestra zingara incominció a suonare servirono lo stufato di cinghiale dall’odore a dir poco delizioso. Vicino ad ogni commenzale, calici scolpiti su corno di cervo, spargevano l’aroma della grappa destinato a conciliare il cuore e lo stomaco.

L’ingegnoso farmacista si mise a raccontare aneddoti umoristici, mentre l’orchestra abbassava i toni affinché la melodia fosse parte integrante della cena.

Arrivó il vitello impanato, ed a me servirono lo stufato di orso che mi avevano promesso, al quale seguirono altri piatti forti. Siccome in quella regione il vino non si conosce, il cibo si accompagna con alcool di 80 o 90 gradi. La cena si trasformó in un rito secondo l’ordine ed il senso dei sapori, degli aromi e dei pezzi musicali.

Il padrone del mulino recitó modestamente dei versi ed il giovane parroco raccontó della lettera ricevuta recentemente, nella quale si comunicava che il suocero di un suo cugino di Praga, aveva un amico altolocato, che aveva fatto promesse false, sulla tanto anelata stazione del treno.

Con un sorriso di complicitá, si avvicinó a me il farmacista e mi disse nell’orecchio, che a breve avremmo assistito ad uno scherzo divertente, aveva mischiato sale di mercurio nella bevanda degli zingari. Dirissi lo sguardo verso l’orchestra, che sembrava galleggiare nel torbido fumo e notai che erano tutti pallidi. A tavola tutti facevano gli indifferenti, aspettando attentamente il momento in cui succedesse qualcosa. L’ingegnoso autore che conosceva bene l’effetto immediato della purga somministrata in grandi dosi, ordinó la interpretazione di una rapsodia di Liszt, famosa per durare a lungo.

Non tardó molto nel dimostrare, che stava attento in classe ai tempi dell’Universitá di Farmacia, il volto del secondo violino incominció a sudare e dopo pochi munuti si allontanó dal gruppo; la faccia del terzo violino divenne verdognola: stringeva convulsivamente e dolorosamente le labbra e stonava. Il primo violino e direttore d’orchestra li guardava furibondo, senza capire cosa stesse succedendo, fino a che sparirono dalla scena. Rimanevano quindi in tre: il primo violino, il timpanista ed il contrabbassista che si sforzarono per completare l’opera, ignari della grande difficoltá che ció supponeva. Il timpanista sbagliava continuamente e stringeva le gambe, faceva male solo a guardarlo; spesso buttava l'occhio sulle scarpe e le calze come se immaginasse l’inevitabile. Intanto il concerto si trasformava progressivamente in qualcosa di spaventoso e la opera maestra indecifrabile. Si compiva il destino del timbanista. Il primo violino ritorse il naso finché colpí con l’arco la testa del collega che incominció a piangere e scappó fuori, lasciando per terra chiarissime tracce, che furono l’allegria degli invitati. Invano l’ostinato direttore d’orquestra cercó di liberarsi di quella vergogna e nemmeno riuscí a suonare la rapsodia fino alla fine. Cercando di mantenere la dignitá, lasció il violino alla svelta, peró dovette radunare tutte le forze per raggiungere con passo fermo la porta.

Solo il contrabbassista teminó l’opera: per la prima volta, nonostante l’etá avanzata, faceva un assolo; meritava quindi di essere invitato a brindare a tavola con gli altri, si scoprí peró che era astemio. Fu cosí che tenne banco al punto che sosteneva di conoscere la causa del male dei colleghi: la cuoca non aveva fatto il segno di croce sulla focaccia di pane, prima di tagliarla a colazione, e ne aveva messo un pezzo in tasca, per avvelenare il gatto del vicino, che le rubava continuamente i pulcini.

Finanche le pareti sembravano trasudare alcool.

Mi ero distratto a sufficienza, ero stanco ed avevo voglia di tornare a Ersékujvár. Cercarono di convincermi a trascorrere lí la notte, peró vedendo la mia determinazione, decisero di andare a cercare l’autista. Salgó mi salutó con eccessivo buonumore assicurandomi su eterno riconoscimento, dandomi tutti i suoi indirizzi, peró si rallegró quando lo dissuasi dall’accompagnarmi.

L’autista non certo entusiasta del viaggio notturno, mangió una zampa di coniglio, che considerava uno dei migliori talismani e come tonico morale mise mano ad un fiasco di alcool denaturato, che era l’unica bevanda economica che si poteva permettere la gente povera. E cosí ci lanciammo nella notte.

Da lí andai a Vienna dove dovevo esaminare e comprare due commedie, quindi passó del tempo, prima del ritorno a Budapest.

Fedele alle mie parole, parlai dell’attore al direttore di teatro, che sembró favorevole ad ascoltarlo. Inviai una nota agli indirizzi che Salgó mi aveva dato, pregandolo che mi facesse visita la settimana prima di Natale e comunicandogli il risultato della raccomandazione. Mi sorpresi quando, giunta l’ora non si presentó all’appuntamento ed ancor di piú, non ricevetti sue notizie. Immaginai che non avesse ricevuto i miei messaggi ed aspettai sperando che ritornassero indietro.

Eravamo agli inizi di primavera quando, cercando di localizzarlo, entrai in un antico caffé, che era anche ristorante, ufficio di contrattazioni e club degli attori di provincia di passaggio per la capitale. Fu allora quando scoprí la causa del silenzio del mio campagno di fotografia.

Durante una notte brava, forse la stessa della quale fui testimone, ad uno dei signori del paese venne in mente un altro scherzo ingegnoso: se qualcuno non si offriva volontario per andare a visitare il vicino cimitero, non avrebbe pagato il conto. Probabilmente aveva espresso questo desiderio praticamente irrealizzabile per mettere fine alla festa, peró era evidente che non aveva considerato che Salgó non era superstizioso. Il giovane attore si offrí per quella impresa e non si agitó neanche quando gli dissero che come prova doveva prendere la croce di una tomba. Il suo rientro fu celebrato con sconcerto, rispetto e brivido. Incessanti gridi di giubilo annunciarono l’apertura di un nuovo barile di grappa. I festeggiamenti proseguirono sotto il segno di una raddoppiata ubriacatura; mentre la croce, muta e minacciosa rimaneva sui mantelli inzuppati di alcool. All’anfitrione non piaceva molto la sua presenza, e possibilmente stanco di tanto disordine, decise di pagare l’ultimo conto, solo se l’attore restituiva la relique al suo leggittimo posto.

Il signor Salgó terminó di bere il suo ultimo drink e si preparó, mettendosi il mantello sulle spalle, caricó la croce senza preoccuparsi piú di tanto ed un pó barcollante si mise in marcia. La compagnia continuó a bere, peró sia lo stomaco che i nervi incominciarono a ribellarsi. Alcuni aspettarono il rientro dell’eroe, peró dopo un pó annoiati se ne andarono, supponendo che se ne fosse andato direttamente a casa. Lo trovarono il giorno dopo, quando il cappellano fece la sua passeggiata mattutina nei pressi del cimitero. Stava disteso vicino ad una tomba, come un gigantesco segno di esclamazione, con una espressione meravigliata, peró serena, tipica degli apoplettici.

Nell’adempiere la sua promessa di rimettere al suo posto la croce, il bordo del mantello si ci era agganciato ed allungato, dietro di lui come un serpente, prolungando ancor di piú la figura dell’uomo.

Povero ragazzo! Come nella rappresentazione di Oswaldo aveva esasperato la paura.

E pensare che non era neanche superstizioso!


24. TUTTO INIZIÓ COSÍ

1955 - 1989 Sono Andrés Laszlo Jr., Andrés Ulf Laszlo per essere piú preciso, Ulf significa "lupo" in una delle mie lingue native. Dico "una delle" perché mia madre mi parlava in svedese, mio padre in francese e la bambinaia in spagnolo; forse per questo ero il peggior alunno alle elementari. Piú tardi, il passaggio da "idiota" a (forse) studente modello mi fece diventare matto, e questo libro senza dubbio lo confermerá. Nella seconda parte delle Cronache di Laszlo & Laszlo domineranno le mie storie e saró anche il portavoce di Chicch Kadune la tigre. Di mio padre sai giá tutto, quindi lasciami cominciare questo primo racconto, facendo un' anteprima sugli altri narratori: la tigre ed io. La prima storia é di fatto "una presentazione camuffata da un insieme di brevi racconti". Per favore sii indulgente nel giudicare il mio tentativo di ingannarti e farti credere che stai leggendo un racconto invece di tanti e brevi.

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CHICCH KADUNE / SCREAMER

Chicch Kadune o “Screamer”, é il secondo narratore di questa seconda parte delle cronache; poiché le tigri non possono scrivere, mi sono offerto volontario come suo portavoce. Chicch Kadune é una tigre speciale, che ha a cuore l'umanitá, anche se sfortunatamente nella maniera sbagliata. I testi sono stati estrappolati dalla mia attuale serie inedita di avventure (2017): La Conexión Caspian, ispirata dalle mie esperienze personali. Illustra come l'eroe Karli, che non conosce l'identitá di suo padre, il dio nordico Odin, cresce attraverso le sue avventure e l'integrazione con le tigri. Una di esse, in particolare, che si chiama Chicc Kadune, che in gergo significa "ruggito debole" o Screamer, interpreta un ruolo determinante nel suo processo di crescita.

Le storie di Chicch Kadune nascono per vari motivi:

1) fin da piccolo ero affascinato dai grandi felini in generale (ed anche, forse, per essere stato intimidito da uno di loro);

2) la mia stupida e discutibile decisione di suicidarmi da uomo tigre, come parte del progetto A-T-T (tutte- quelle- cose- che- un- uomo- dovrebbe- aver- fatto);

3) la sciocca teoria in base alla quale una tigre mi perseguitava nel Camping la Valle Swat in Pachistan;

4) il mio incontro e la battuta di caccia con Tahawar Ali Khan;

5) il fascino provato leggendo ed assistendo il libro del signor Khan Man -Eaters of Sundarbans;

6) il fatto che accidentalmente e senza volerlo, mi ritrovai nel bosco di Sundarbans, nella stessa zona in cui il signor Khan aveva vissuto le sue esperienze varie decadi prima di me;

7) che un boscaiolo era stato assassinato in un piccolo villaggio vicino la Stazione Forestale di Hiron Point, poco prima che arrivassi io ed anche il fatto che la gente del villaggio sconvolta, cercava un idiota qualsiasi, sufficientemente sciocco, che si sedesse vicino al cadavere, in attesa che tornasse la tigre il giorno dopo per ucciderla;

8) la mia esperienza di non conoscere a fondo la mia mente: non sapevo se il mio comportamento fosse stato onesto, quando mi offrirono la opportunitá di cacciare la tigre divoratrice di uomini. Malgrado da tempo stessi aspettando la occasione, rifiutai, forse perché non avevo nessun diritto di uccidere un animale in pericolo di estinzione, anche se divora uomini, o semplicemente stavo cercando una scusa; in conclusione non ero "sufficientemente uomo" per mantenere la parola.

Vorrei approfittare di questa opportunitá per ricordare ai miei lettori che anche se preferiscono Chicc Kadune, che in seguito chiameró Screamer, (un nome meno accattivante), dovrebbero cercare di frenare l'entusiasmo. Capisco che sentite un pó di simpatia e comprensione per la tigre, peró non é un buon esempio da seguire. Cibarsi di esseri umani é semplicemente sgradevole, e non é un comportamento giustificabile, nemmeno pensando che stiamo parlando di una specie in estinzione. Pertanto, spero vivamente che tutti i miei lettori, di fronte al combattimento tra noi due, decidano di appoggiare me, piuttosto che la mia rivale.

IO : ANDRÉS LASZLO Jr.

1977. Un pó di fortuna e dei bravi professori mi permisero terminare la Scuola Superiore e l'Universitá in diciotto mesi, con mia somma sorpresa, perché fino a quel momento non sembravo certo un ragazzo precoce. Cosí come un giovane ed arrogante studente, che si crede un regalo di Dio per l'Umanitá, mi sentí in obbligo di cercare qualcosa di utile da aggiungere alla mia incantevole vita.

Dopo alcune utili e piuttosto lunghe ricerche, sono riuscito a trovare qualcosa degna della mia attenzione: abbandonare l'idea di diventare ricco, interessarmi all'alternativa popolare ed incontrare la forma di coinvolgere quella parte di gente con i capelli grigi non corrotta. Per realizzare tutto ció dovevo diventare un investigatore.

La legge sugli stupefacenti é la piú oscura, cattiva e malvagia che esista, é per questo che lottare contro questa realtá, diventerá l'obiettivo della mia vita.

Per essere piú preciso, la mia lotta sará contro la proibizione dell'uso delle droghe, che a mio avviso crea molti piú problemi della liberalizzazione. Legalizzarla significa ridurre la domanda e di conseguenza il danno.

Ho supplicato appoggio a tutte le fonti possibili ed immaginabili, nessuno mi ha aperto la porta. Tuttavia, prima di darmi per vinto, presi in considerazione la ipotesi che forse il concetto di proibire le droghe fosse mal interpretato. Nacque cosí il mio "discorso disfunsionale", avevo finalmente incontrato uno dei miei obiettivi nella vita. Da allora, la convinzione sulla legalizzazione delle droghe ed il concetto di discorso disfunzionale diventarono una costante nelle mia vita e nelle mie avventure.

Purtroppo, anche se esistono tanti tipi di discorsi disfunzionali, io potevo occuparmi soltanto di quello sulla politica delle droghe e neanche nell'imminente; ero cosciente di non essere nella posizione di "raccontare al mondo" i miei sospetti: spesso per seguire regole che le leggi ci impongono, agiamo inconsapevolmente in maniera scorretta.

Va bene! Siccome non sono ancora "una persona all'altezza" di dimostrare al mondo le mie teorie, devo cercare il modo per convertirmi in questa persona, pensai. Utilizzai tutti i miei risparmi delle borse di studio ( all'Universitá mi finanziavo recuperando palline da golf), chiesi anche un prestito a mia madre e me ne andai in giro per il mondo navigando: primo passo per realizzare il mio progetto A-T-T tutte-quelle-cose-che-un-uomo-avrebbe-dovuto-fare, con la speranza di diventare un poco piú socievole e scoprire nuovi orizzonti.

*

Putroppo, questa prima impresa-di-navigare-intorno-al-mondo duró poco. A Malaga, un membro dell'equipaggio, una ragazzina che mi interessava, mi disse: "Andrés sei forte e grosso, peró anche tu hai bisogno di dormire come tutti; stai attento, che una notte di queste ti uccido". Corsi a raccontare ai suoi due colleghi che la tipa non era adatta per quel tipo di lavoro e che sarebbe stato meglio licenziarla. Gli dissi anche che non sapevo niente del mondo della navigazione, che ero di una arroganza insopportabile, che mi veniva il mal di mare solo pensando ad un'onda, ma che dovevo cercare di rimanere a bordo. L'indomani mattina invece me ne andai, e la mia versione ufficiale fu: la ragazza era affascinata da me, i ragazzi se ne accorsero ed incominciarono a burlarsi di lei. Piú tardi mi raccontarono che la nave, senza assicurazione, era affondata nel porto di Manila durante una tormenta.

Anche se questa esperienza risultó una catastrofe finanziaria ed un severo colpo per la mia immagine, per me fu una lezione di vita molto importante a due diversi livelli: filosofico ed esistenziale. Il primo mi insegnó che molto, troppo, forse, si puó ottenere dal vile denaro e da lí il mio modo di pensare sulle droghe illegali e su altri discorsi. Il secondo, (anche se non era mia intenzione fare confronti tra filosofia ed esistenza) che era meglio avere qualcosa in tasca prima di mettersi in marcia verso la realizzazione di progetti come il mio: A-T-T tutte-quelle-cose-che-un-uomo-avrebbe-dovuto-fare. Da allora misi in pratica ció che avevo appena imparato. In realtá una delle citazioni della Signora Thatcher che piú tardi gli scrittori evidenzieranno dice:

"Nessuno ricorderebbe il Buon Samaritano se non avesse avuto anche soldi oltre alle buone intenzioni".

Mia madre era in possesso di alcune coronas, ricevute da suo padre in punto di morte, gliele chiesi in prestito, peró questa volta non per andarmene il giro per il mondo, ma per chiamare ad un' amica che lavorava alla versione svedese di Sotheby's/Christies' Auctions. Le chiesi: "Charlotte, como posso fare per guadagnare soldi seriamente?" Lei ed il suo futuro marito, come risposta, mi fecero entrare nel mondo dell'arte del vetro a Orrefors. Dopo la Guerra Mondiale, gli svedesi furono indiscutibilmente i migliori nell'arte e nell'artigianato, almeno dai tempi dei vichinghi. Incominciai a comprare, vendere, esibire ed apprendere; poi creai una grande collezione letteraria, scrissi un libro coffee-table sul tema e divenni famoso; potevo vendere molto materiale nel-mezzo-del-cammino a costi elevati, tanto che mi convertí in un uomo ricco. Portai tutto il denaro in banca e feci una lista di-cose-da-fare:

3 anni ad Oxford, B.A. di Filosofía, B.A. di Scrittura, Inglese e linguaggio scritto, “OALD” e "Pensiero Moderno" col cuore, atletica, sparare ad una tigre divoratrice di uomini (una soluzione assolutamente disgustosa, mi dispiace), Surf Pipeline, visitare 200 paesi ed agire come James Bond.

Poi, per venti anni non feci altro che spuntare obiettivi dalla lista. Sull'agire come James Bond (come probabilmente saprai) fallí miseramente: quando mi iscrissi per partecipare ad una audizione, mi risposero con una adesione al fan club di 007, e sicuramente stanno ancora ridendo di me. Fallí anche sui 200 paesi, saranno al massimo 189. Per quanto riguarda il resto della lista, tranne uccidere la tigre divoratrice di uomini, credo che sta tutto spuntato, ed é stato attraverso questo processo che ho acquisito la maggior parte dell' esperienza che ha ispirato i miei racconti; un modo estremamente stupido, peró incredibilmente gratificante, considerando che sono arrivato a credere di essere piú o meno immortale.

*

Ho avuto il privilegio di vivere una vita apparentemente entusiasmante:

• A Cannes, quando avevo solo un anno, la donna piú attraente del mondo (secondo me) mi prese in braccio, mi scompiglió i capelli e mi disse che ero un bambino adorabile.

• A scuola ero tra i tre peggiori studenti ed anche obeso, peró in 18 mesi mi trasformai in alunno brillante e "modello" (sono altino).

• Nel bridge, come socio, divenni il miglior giocatore del mondo ( forse, almeno credo) e dopo aver giocato solo pochi anni.

• A Henley, il miglior atleta del mondo (forse, almeno credo) ed il mio idolo, si avvicinó a me, si presentó piú che altro per il mio aspetto e disse: "Ciao, mi chiamo Steve".

• Credo che il genio piú grande del mondo (forse, almeno credo) mi buttó fuori dal New College (Oxford); sembra che al professore non piacque il mio modo di trattarlo.

• Credo di essere stato la causa della sconfitta di una partita nel 1995 di Atletica dell' Oxford-Cambrifge contro Haward-Yale.

• Sono stato considerato l'Anticristo da qualcuno che viene considerato Dio sulla terra.

• Probabilmente sono riuscito a salvarmi da una tigre mentre mi dedicavo ad attività amorose, solo perché avevo smesso di fumare qualche mese prima.

• Sono scappato da una vita convenzionale, supponendo che lei si fosse sposata con me, cosa per niente certa, solo perché la mia fidanzata mi disse che aveva guardato la luna, quando in realtá non lo aveva fatto.

Tutti questi sono eventi straordinari realmente accaduti (anche se devo ammettere che non ricordo di aver conosciuto la Signora Monroe) sui quali non scriveró storielle, tranne quella del professore che mi buttó fuori dall'Universitá, ma li utilizzeró per abbellire i miei racconti, almeno spero.

Forse il combattimento contro la tigre nel fiume Gange non fu realmente come descritto, e forse neanche esiste una Alexandra; il mio primo libro sul Sahara forse non é all'altezza di un Premio Nobel, ma chi puó dire che non lo sará mai; forse in realtá non avevo idea di cosa pensasse la tigre e l'ordine degli eventi forse non era quello.

Ció nonostante, posso affermare con certezza che mi sono divertito molto, soprattutto con Tahawarn Ali Khan che insieme a Lotta/Knut, mi fecero diventare ricco; a loro e al il mio ex-amico negoziante di antichitá, (che mi fece riflettere, quando mi disse che stavo diventanto un truffatore) dedico questa raccolta. Magari fossi riuscito a far pubblicare ai miei editori svedesi il libro I divoratori di uomini di Sundarbans del signor Khan, o che almeno mi pagassero i soldi che mi devono.


28. L'UOMO ED IL MIELE

1993. Cosiderando che le tigri generalmente non si cibano di noi umani, a meno che non vengono ferite o non riescono ad alimentarsi di altre prede, esiste l'eccezione per i pescatori del Bangladesh e dell'India e per i boscaioli e coltivatori di miele di Sundarbans. Ci sono molte spiegazioni sul perché le tigri rispettino la regola di "non mangiare persone": maree che gli tolgono il dominio, popolazioni non abituate ad essere cacciate, perdita di habitat, cattiva visibilitá, radici di alberi scomodi. Scelgono quindi di nutrirsi di pesci, crostacei a basso contenuto calorico, etc. anche se nessuno ha la certezza di tutto ció.

_ _ _

La Dama Rumorosa non si sentiva a suo agio, anche se il forte ruggito lasciasse intendere quanto fosse arrabbiata, il suo cucciolo non capiva l'antifona. Non era da tanto che pensava separarsi dal piccolo e giá incominciava a sentire l'ansia, perché si avvicinava il periodo dell'accoppiamento. Il piccolo non ascoltava molto i consigli della madre, la Vecchia Tigre Maschio che viveva piú a sud, era morta recentemente in seguito ad uno scontro con il Maschio Dominante e Screamer decise di stabilirsi nel suo dominio.

Cosí facendo il cucciolo riuscí ad ottenere il territorio vicino a sua madre ed, in un certo senso, si proteggeva dal Maschio Dominante che sembrava divertirsi spaventando tutti , e contro il quale ancora non poteva lottare.

La madre di Screamer avrebbe preferito che il suo cucciolo si stabilisse in un dominio piú lontano da lei, peró alla fine accettó e non fu certo per amore materno: anche se giovane ed inesperto, era cresciuto grande e forte quasi quanto il Maschio Dominante, e contrariarlo non le sembrava una buona idea.

Le attenzioni date a Screamer, l'abbondanza di cibo e l'assenza di forti cicloni, avevano contribuito allo sviluppo di una tigre maschio forte e robusta. Quando si separarono, Screamer era giá piú lunga di un piede rispetto alla madre ed ancora sarebbe cresciuta. Tuttavia, aveva un piccolo problema: zoppicava un pó: forse si era ferita o forse era cresciuta troppo in fretta. Nessuno ne sapeva il motivo, comunque sembrava non sentisse dolore, eccetto quando doveva prendere pesi o saltare.

Per ovviare a questo inconveniente aveva imparato forme alternative di caccia come imboscate o camuffaggi. Questo stile di vita e magari i geni di suo padre, aiutarono Screamer a diventare una tigre intelligente e presto raggiunse un indice di mortalitá superiore a quelli di dieci o venti anni: etá media delle tigri di Sundarbans. Purtroppo piú cresceva e piú i dolori aumentavano, per non parlare dell'insufficienza polmonare che la limitava nella potenza del ruggito. Ogni volta che saltava su qualche povero animale, come un cinghiale o un cervo, lanciava grida agonizzanti, tanto che la gente del posto la aveva soprannominata Screamer o Chicc Kadune: il ruggito debole. Dopo essersi allontanata da sua madre, la continua abbondanza di cibo permetteva a Screamer di crescere e svilupparsi tanto da diventare un esemplare formidabile.

Successivamente, in seguito ad un ciclone devastante, agli anni di abbondanza susseguirono anni di carestia e gli uomini del villaggio che ridevano tanto del grido della giovane tigre, smisero di farlo. Incominciarono a chiedersi come avevano potuto ridere tanto prima, quando adesso al minimo ruggito si terrorizzavano e temevano per le persone care; tremavano di paura di fronte a quel nome paradossale, ma che nessuno comunque cambió.

*

Un pomeriggio verso la fine della primavera, periodo della raccolta del miele, Sting il vecchio e zoppo coltivatore, uno dei pochi che lavorava da solo il miele, camminava sulle rive del fiume, rientrando al villaggio indú vicino alla Stazione Forestale di Hiron Point, trasportando un carico pieno di miele, appesantito e zoppicante piú del normale.

Sting era molto bravo nel suo lavoro ed a parte di non cercar aiuto, si negava di usare una maschera di protezione; l'ultima volta che se ne era parlato, suo figlio maggiore si era offerto di comprargliene una.

" Ma perché papá, me lo spieghi?"

"Non voglio offendere a Bon Bibi".

" Ma perché usare una maschera offenderebbe la dea dei boschi?"

"Non é la maschera che rappresenta ad un uomo con i baffi?"

" Si".

" E non é cosí che Dokkhin Rai, suo fratello demone, cammina per i boschi quando non si trasforma in tigre?"

“Si”.

"Come pensi che si sentirebbe Bon Bibi se vedesse un anziano decrepito come me, camminando nei boschi vestito come il suo grande avversario?"

Sting aveva le sue buone ragioni, peró tutti, incluso suo figlio, avevano il sospetto che anche se la maschera riparasse viso e collo da mosche, api ed altri insetti, poteva essere anche scomoda ed appiccicosa col caldo e soprattutto pericolosa se dovesse apparire all'improvviso qualche tigre golosa di miele.

*

Chicch Kadune vedeva spesso il vecchio bipede negli ultimi tempi, lo riconobbe da lontano soprattutto dal modo di camminare, ma anche perché si ricordava di quando lo vide per la prima volta da piccola: durante una delle sue brevi scappatelle, lontano dall'occhio vigile di sua madre, si era incrociata con un bipede in piedi su un ramo di un albero, vicino ad un alveare ed a prima vista il ramo ed il bipede gli erano sembrati un tutt'uno e pensó fosse uno scimpanzé, niente male come preda!

Il bidepe sull'albero spaventato incominció a gridare ed a tirargli addosso l'alveare. La povera tigre si mise a correre, ma le api gli punsero tutto il corpo fino a che riuscí a svincolarsi tuffandosi nel fiume. Piú tardi ritornó dal bipede, peró se ne era giá andato e le api erano sparite; per terra rimaneva qualche nido ed attirato dall'odore, incominció a mangiare il miele, che a dire il vero gli piacque molto, anche se delle api non gli rimase un buon ricordo, anzi incominció ad odiarle piú delle mosche.

*

La notte successiva Chicch Kadune, a digiuno dall'ultima volta che aveva visto il bipede zoppo, si nascose tra le palme fenix, a lato del fiume, in attesa che passasse il vecchio, ad una distanza di venti metri. Sicura di non essere vista in quel nascondiglio, aveva deciso che era arrivato il momento di alimentarsi del povero uomo.

Chicch Kadune ricordó che sua madre, qualche volta, le aveva portato da mangiare pezzi di bipedi e che anche se erano vecchi, erano comunque saporiti. Il problema era che i bipedi sembravano diversi, pericolosi ed onnipotenti, anche se generalmente piuttosto piccoli, e poi c'erano gli occhi...

Quando il bipede si avvicinó, la tigre si accorse che le cose non erano poi cosí semplici come previsto. Era ancora troppo presto, c'era troppa luce e quando il vecchio la vide, la guardó direttamente negli occhi.

Chicch Kadune praticamente si arrese di fronte alla preda, peró poi quando lo sorpassó e si mise di spalle, la tigre non vedendo piú gli occhi, si sentí meno impaurita. Si fece coraggio, peró quando si mise in posa per attaccare, commise l'errore di calpestare una canna secca.

Sting al sentir il rumore si voltó il piú rapidamente possibile per guardare la tigre.

Lo sguardo fisso del bipede ed il suo movimento veloce impaurirono la tigre, tanto che arrivó alla conclusione di non essere poi tanto affamata.

*

La notte successiva Chicc Kadune morta di fame, ci riprovó di nuovo, stessa scena, stesso luogo.

Sting si incamminó sul sentiero all'imbrunire.

Chicch Kadune riusciva a sentirlo, anche se ancora non lo vedeva.

Sting aveva raccolto molto miele e gli si era appiccicato dappertutto, desiderava urgentemente una bella doccia.

Il grido della tigre si sentí, forte e chiaro, fino al villaggio in cui Sting si dirigeva. "É Chicc Kadune, io dico che é un cervo" disse qualcuno sorridendo, "la vita selvaggia sta tornando".

Altri assentirono con la testa.

Peró successe che dopo il ruggito di Chicc Kadune non si udí il grido di un cervo o di un cinghiale, bensí un urlo umano ed il sorriso della gente svaní.

Rimasero tutti pietrificati.

Dopo qualche secondo, ognuno corse a prendere la sua canna di bambú e via, a correre verso la direzione del grido.

Non trovarono niente, eccetto sangue fresco e le impronte di una tigre zoppa. Anche la maggior parte del miele era sparito ed alcune persone pensarono che Screamer potesse essere qualcosa di piú di una tigre.

36. IL CACCIATORE GENTILUOMO

1995. Sarebbe piuttosto comprensibile se si pensasse che il cacciatore mandato dal Governo aveva ricevuto quello che si meritava, anche se non c'è dubbio che possedesse alcune buone, rare ed estenuanti qualitá. Il suo "pensiero sulla tigre" era sicuramente una di queste e, suo padre se un giorno avesse saputo quello che era successo vicino al fiume del villaggio indú di Hiron Point, avrebbe avuto qualche ragione per essere orgoglioso di suo figlio. Diverso sarebbe considerare corretto voler uccidere l' assassino del proprio figlio. Per Screamer invece le cose erano piú semplici e dirette, era stato il suo primo cacciatore e quindi l'inaugurazione al test del cricket. Comunque cosí come esistono diversi limiti, quattro contro sei, esistono diversi tipi di cacciatori. Da un lato c'é l'impiegato professionista: uomini come Hyatt Faraki, Rayhab ed il padre Rayhab, e dall'altro ci sono gli sportivi non remunerati, rappresentati da uomini come Jim Corbett ed il figlio di Hyatt Faraki: Omar. Il nome dello scrittore ( qui riferito come "Il cacciatore svedese") si poteva inserire, peró con questa compagnia si sarebbe sentito ridicolo, fuori luogo.

_ _ _

Omar non era orgoglioso di aver ucciso un indú, anzi,non riusciva ad evitare di sentire rimorsi. Era lí, non molto distante e gli sentiva emettere gli ultimi e spaventosi gemiti. Doveva riconoscere che la sua vittima era un personaggio piuttosto insolito e sebbene non fosse stato del tutto negativo stargli vicino negli ultimi momenti, sentiva che possedeva qualche strana qualitá, una specie di tenacia mentale, una sorta di autosufficienza che Omar non aveva visto in nessun altro tranne che in suo padre.

Devo smetterla di pensare, lui se n'é andato, io mi sono vendicato e adesso mi trovo nella posizione che ho sempre sognato! Allontanó dalla mente certi sentimentalismi e cercó di concentrarsi sul da farsi. Si sentiva pronto ed impaziente, stranamente la tigre stava tardando, ma se fosse apparsa in scena di giorno, per lei sarebbe stata la fine.

Dalla bocca del bipede non usciva molto sangue, cosí Chicc Kadune avrebbe potuto mangiare tranquilla senza il rischio di sporcarsi eccessivamente.

Omar aveva ucciso molti animali e molte persone che avevano osato incrociare il suo cammino, anzi per essere precisi, ne aveva ucciso tre su quattro e adesso la tigre che avrebbe fatto il lavoro sporco per lui, sarebbero diventati quattro su cinque. Tuttavia quest'ultima morte, questo aumento del cinque per cento, risultó diversa rispetto alle volte precedenti. Che strana senzazione mi sta provocando quello che diventerá il mio successo piú grande! La tigre mi sta aiutando ad occuparmi di ció che mi sta causando un senso di colpa...Se il caso, il calcolo delle probabilitá e le statistiche sono vere e descrivono bene la relazione tra gli eventi reali, come si puó spiegare una simile coincidenza?

Il cuore del bipede cessó di battere ed il sangue non circolava piú. Wuau!

Smettila! C'era una tigre, grossa, maschio, divoratrice di uomini, che aveva appena aggiunto al suo curriculum vitae a meno di cento metri da lui un cacciatore governativo. Filosofare forse può servire a mettere fine a questa situazione. Inoltre c'era in ballo anche la questione dei cinquemila dollari che Omar sperava di incontrare addosso all'indú.

Era ancora giorno, la tigre incominció ad occuparsi del corpo ormai senza vita ed Omar partí alla volta del suo grande sogno e del suo destino. Le cose stanno per prendere un'altra piega: Minerva, o come ti chiami, apri le ali e vola altrove, perché il cambiamento per me é nell'aria.

Chicch Kadune giró il bipede pancia sotto.

Tutto ció aveva un sapore dolce come la poesia ed Omar senza paura, si era messo nella posa che tanto gli era stata negata finora. Era praticamente il sogno di tutta la vita, e con cautela, senza far rumore, cominció a dirigersi verso la tigre.

All'improvviso si sentí il suono di un passo e Chicch Kadune aprí le orecchie.

C'era tutto il tempo del mondo, Omar lo sapeva bene e voleva goderselo fino all'ultimo momento; tutta la sua vita era stata orientata finora su questo obiettivo. Dopo aver ucciso la tigre chiunque lo avesse avvicinato, avrebbe sentito un grande rispetto per lui.

Il suono veniva dalla direzione dello scricchiolío, esattamente dove immaginava Chicch Kadune che stesse l'altro bipede. Wuau!

Morta la tigre Omar non sarebbe piú lo stesso, ma molto di piú. Mi chiedo se mio padre avesse ucciso qualche volta una tigre con la reputazione di questo gattone...

Anche se Chicc Kadune non avesse fatto nessun collegamento tra lo scricchiolío ed il palo che voló dalle mani del pericoloso bipede, aveva comunque capito che veniva da lí e che non doveva essere lontano. La tigre incominció a trasportare pezzi di preda nel suo nascondiglio, malgrado ció gli provocasse dei dolori.

Quando Omar arrivó sul posto in cui doveva essere il corpo del cacciatore governativo, non c'era niente altro che sangue fresco ed impronte di una tigre grande e zoppa. Omar prese l'arma dell'indú e la esaminó, era una vecchia carabina Lee Enfield Jungle, la stessa maledetta marca che il vecchio e prezioso fucile di suo padre, solo che era piú corto ed aveva una camera a forma di cono.

Chicch Kadune non si voleva incrociare con l'altro bipede perché voleva prima finire di mangiare la sua preda e cosí continuó a trasportarne altri pezzi.

Siccome non poteva nascondere il fatto che il fucile dell'indú aveva sparato un colpo, Omar decise di gettarlo nel fiume, peró scoprí di non essere solo. A cento metri di distanza c'era un pescatore di lontra su una canoa, che agitava energicamente le braccia verso di lui.

Chicch Kadune continuó a trasportare la sua preda anche se le sue povere zampe si trascinavano sempre di piú.

Omar pensó che il pescatore si stesse avvicinando perché aveva sentito gli spari. Si, gli spari furono due, peró embrambi fecero cilecca. Non ci mettavamo d'accordo sul prezzo e quando non gli diedi quello che si aspettava mi ordinó di allontanarmi. Poi incontrai il luogo dove la tigre si avventó su di lui, lo seguí e gli sparai. No, credo di non sapere che fine abbia fatto la sua arma.

Il pescatore continuava a remare verso di lui.

Chicch Kadune scoprí il posto ideale per mangiare tranquilla.

Omar si allontanó dalla vista del pescatore e scavó una buca nel suolo, stranamente non c'erano pietre. Poi si riavvicinó al fiume ed indicó all'uomo di andarsene. Ancora no Capo, perché non ripassi fra quache ora?

Tuttavia la vicinanza dell'altro bipede non faceva rilassare Chicc Kadune che, a prescindere dal dolore, decise di portare la sua preda un pó piú lontano del solito.

Omar sotterró il fucile, lo coprí e calpestó la terra. Adesso é arrivata l'ora di fare quello che ogni uomo, qualsiasi Homo Sapiens di genere maschile che si vuole autodefinire uomo, deve fare.

Trasportare qualcosa nella mandibola, anche se si trattava di un bipede leggero, rappresentava una pressione extra sulla sua zampa anteriore sinistra, e gli provocava dolore, ed é per questo che Chicc Kadune a prescindere dalla sua formidabile forza, avanzava lentamente.

Siccome il suolo era bagnato e la tigre trascinava l'indú, Omar non aveva problemi a seguirne le tracce.

Chicch Kadune quando finalmente incontró il luogo adatto e sufficientemente lontano da pericoli, lasció cadere la preda.

Omar pian piano incominció a capire la mente del suo rivale.

Chicch Kadune giró l'indú ed incominció a mangiare.

Il motivo per il quale sta trascinando la preda dal lato destro dev'essere per non appesantirsi troppo sulla zampa anteriore sinistra.

Quando Chicch Kadune sentí che l'altro bipede si stava avvicinando non seppe che decisione prendere.

Le impronte erano profonde ed evidenti, ed ognuna di loro era leggibile come un libro aperto. É tanto facile che finanche il cacciatore svedese ci sarebbe riuscito.

Chicch Kadune pensó di portare la sua preda dentro il bosco, cosí forse il bipede non lo avrebbe seguito fin lí, peró alla fine non si spostó.

Omar avvertiva che si stava avvicinando e si sentiva preparato ad affrontare il salto che in qualsiasi momento la tigre avrebbe fatto. Sono cosí pronto come solo un uomo puó esserlo.

Chicch Kadune prese in considerazione la possibilitá di far fuori il bipede, cosí non la avrebbe infastidito ulteriormente, peró non era logico uccidere in un momento in cui aveva giá del cibo.

Ogni angolo, fessura, canale, arbusto, palma fenix, ombra, tutto era sotto il controllo di Omar. E fu cosí che padre diventó una leggenda. Ho dovuto superare tante difficoltá. Omar era pronto, aveva sempre saputo di esserlo in fondo al suo cuore, nessun tipo di nervosismo, nessuna debolezza, solo totale attenzione. Se il cacciatore svedese avesse pubblicato il libro di padre, poteva essere quello sulla tigre...

Chicch Kadune decide di non spostare altrove la sua preda, di non attaccare il bipede e di continuare a mangiare.

Omar era totalmente concentrato ed aveva il controllo totale della situazione.

Chicch Kadune sentiva come si avvicina il bipede fino a che lo vide.

Omar scannerizzava ogni dettaglio e la sua mente processava ogni centimetro quadrato per ottenere informazioni. É cosí facile che é quasi ridicolo.

Chicch Kadune abbandonó il suo pranzo per nascondersi dietro gli arbusti.

Omar era pronto ad affrontare qualsiasi trucchetto della tigre che stava per catturare, qualsiasi asso nella manica che potesse avere. É cosí facile! Ora capisco perché mio padre mi ha tenuto lontano in tutti questi anni!

Chicch Kadune avanzó verso una zona piena di palme fenix.

Lí c'era il corpo dell'indú, proprio cosí come lo aveva immaginato ed il suo sguardo era rivolto verso di lui.

Chicch Kadune riusciva a sentire il bipede vivo che stava calpestando il suo cibo, si alzó quindi per controllare.

Omar all'improvviso si spaventó perché si accorse che non riusciva a trovare quello che cercava nella tasca dei pantaloni. Dove conservano gli indú i portafogli?

Chicch Kadune nascosta tra i cespugli continuava ad osservare il bipede.

Omar con un calcio giró il corpo del morto, cosciente del fatto che la tigre fosse nei paraggi e che probabilmente lo stesse osservando.

Chicch Kadune cercava di capire cosa stesse facendo il bipede vivo.

Omar, preparato a qualsiasi mossa della tigre, incominció a cercare dappertutto.

Chicch Kadune all'improvviso capí l'intenzione del bipede. Vuole rubare la mia preda.

Alla fine Omar riuscí a localizzare il portafogli dell'indú, era nella tasca interiore del gilet, peró non riusciva a prenderlo con una mano sola, quindi dopo essersi guardato intorno accuratamente, decise di posare il fucile per riuscire nel suo intento. Sfortunatamente dentro la tasca non c'era quello che cercava, ma una scatoletta con tabacco da masticare. Merda! Doveva essere nella tasca posteriore!

Chicch Kadune dedusse che forse il bipede dopotutto non era interessato al suo cibo, e siccome non riusciva a capire cosa stesse facendo, decide di uscire allo scoperto.

Per un attimo Omar sentí quasi panico, in realtá non sapeva cosa potessero fare i succhi gastrici di una tigre ad un gruzzolo di soldi, peró sapendo come possono rovinare degli stivali di cuoio, era sicuro che niente di buono. Fu quando vide qualcosa che fuoriusciva dalla tasca anteriore dei pantaloni.

Chicch Kadune cominció ad avvicinarsi all'uomo.

Trattenendo il respiro Omar mise la mano nella tasca. Si trattava del portafogli ed era intatto, lo tolse e lo aprí. Cinquemila dollari stavano lí. A Padre non diró niente.

Chicch Kadune non capiva cosa stesse facendo il bipede, il suo interesse non era rivolto al cibo, gli sembrava strano che non si accorgesse della sua presenza.

Omar contó i soldi ancora una volta, dentro il portafogli c'erano la foto di un anziano in una macelleria dall'aria violenta ed approssimativamente due dollari al cambio di moneta locale, mise tutto il denaro in tasca e buttó il portafogli nel bosco.

Chicch Kadune quasi uccise il bipede vivo quando gli vide fare un movimento brusco ed inesperato, lanciando qualcosa nel bosco, peró alla fine solo lo annusó.

Omar ondeggiava la testa. Due dollari...Niente male considerato il suo livello di ambizione, devo riconoscerlo.

Chicch Kadune ruggí.

Omar si pietrificó.

Chicch Kadune ruggí di nuovo e piú forte.

Omar rimase congelato, immobile al suolo.

Siccome il bipede incominciava a emanare cattivo odore di escremento e non si spostava dal suo cammino, Chicc Kadune lo spinse e lo fece cadere per terra.

Spinto da dietro, Omar cadde in avanti.

Chicch Kadune ricominció a concentrarsi sulla sua preda. Non aveva mai guardato in faccia l'altro bipede, peró andava bene cosí, perché la tigre non amava fissare volti bipedi.

Omar si sedette, i suoi piedi si trovavano a meno di un metro dalla bestia, comunque non si era fatto neanche un graffio. La testa di Omar adesso si trovava di fronte alla tigre, peró i suoi occhi erano capaci di guardare solo per terra.

Chicch Kadune alla fine sbirció il volto del bipede, ed ebbe la certezza che non si era sbagliata. Non é pericoloso!

Omar cercó di alzare lo sguardo per affrontare quella creatura che sicuramente prima o poi lo avrebbe privato della vita.

Chicch Kadune incominció a mangiare.

Malgrado ci stesse provando, Omar non riusciva a guardare la tigre.

Il cibo era ancora caldo e gradevole, anche le mosche incominciavano a riunirsi. Wuau!

Se Omar fosse riuscito ad alzare la testa, si sarebbe accorto che la tigre stava tranquillamente mangiando la parte posteriore dell'indú e che dietro le sue zampe anteriori, al sicuro c'era il suo fucile.

Omar seduto per terra, incominció ad indietreggiare centimetro per centimetro.

Sembrava che il bipede se ne stesse andando. Bene!

Omar sapeva con umile certezza che non avrebbe avuto il coraggio di alzare lo sguardo neanche se la tigre gli si avvicinasse. Era consapevole del fatto che il suo atteggiamento era spregevole e poco maschio; sapeva che tutto il suo essere era veramente patetico e sentí una profonda vergogna. In fondo sapeva benissimo che avrebbe dovuto convivere con questo sentimento tutto il resto della vita. E non c'è niente che possa fare per rimediare.

Chicch Kadune guardó il bipede. Si! Sembrava che avesse deciso di lasciarla in pace. Bene!

Omar realizzó che avrebbe dovuto seguire i consigli del padre. Questi aveva sempre cercato di farglielo capire, anche se era impossibile trasmetterglielo praticamente, non era il tipo di uomo adatto a simile esperienza, peró ormai non serviva a niente, era troppo tardi.

Curiosamente la tigre non attaccó e quando Omar si allontanó almeno venti yarde verso il fiume ed incominció a recuperare il controllo del suo corpo, gli vennero in mente alcuni versi di una poesia che sempre lo avevano affascinato, ma che in realtá non aveva mai capito. Un giorno fece delle domande ad un professore sul libero arbitrio e sulla predestinazione e come risposta ricevette i versi che ora, all'improvviso, incominciavano ad avere un senso:

Quando la filosofia dipinge grigio su grigio non si puó piú cambiare, ma solo spiegare. Solo quando cala il crepuscolo, il gufo di Minerva apre le ali.

*

Omar quando capí che dopotutto forse non stava per morire, si alzó in piedi ed incominció a camminare verso la Pensione di Hiron Point.

La tigre non lo seguí, e quando arrivó all'entrata principale, il suo unico pensiero fu di entrare nella doccia e poi di corsa a casa, prima che suo padre ritornasse dall'estero. Questi sicuramente avrebbe incominciato a cercare i soldi ed alla fine avrebbe scoperto tutto.

Ma quando Omar arrivó a Hiron Point, vide una multitudine di gente radunata davanti alla sua stanza della Pensione.

Qualcuno gridó da fuori della sua porta. "Eccolo!"

"É lui!" disse un'altra voce, e tutti lo indicarono. "É vivo!"

C'era una cosa sgradevolmente dura che cresceva nello stomaco di Omar, quanto piú si avvicinava alla sua stanza e molto prima che riuscisse a passare in mezzo alla gente, il suo olfatto captava il cattivo odore dei Cammelli che avanzavano senza senso, a vantaggio di nessuno e fumando fino alla morte. Come odio quell'odore!

" Lo hai ucciso"

“Si, padre... voglio dire no padre, no la tigre no, peró ho il denaro”.

“Il cacciatore”.

“É morto”.

“Cosí che la tigre puó continuare ad uccidere fino a che il Governo manderá un altro cacciatore”.

“Si padre”.

“E chissá quante altre persone devono morire, solo perché tu senti il bisogno di metterti alla prova”.

“…Si padre”.

“Dov'é il tuo fucile?”

“Io... Io l'ho lasciato vicino alla tigre”.

“Puzzi di merda”.

“Si padre. É merda di tigre”.

“So bene come puzza la merda di tigre”.

“Si padre”.

               “ Vai! Vai a farti una doccia!”


40. IL GENIO EGOISTA

1995. Alla domanda: "E adesso che faccio?" Sicuramente non c'è un posto migliore di Oxford per rispondere. Avevo visitato 125 paesi ed almeno negli ultimi 30 senza pensare alle tigri, la mia cupidigia sembrava sopita, decisi quindi di iscrivermi al New College di Oxford. Forse ero ancora un pó egoista, ma non credo che i miei amici pensassero che fossi un tipo particolarmente arrogante, soprattutto perché a Oxford mi resi conto di non essere l'unico genio. Alcuni di loro erano molto piú informati e perspicaci di me, conoscere e capire erano due ingredienti ancora importanti in questo College, peró rimaneva ancora da carpire la "moneyfication".

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Quando a sette anni incominciai la scuola in Svezia, anche se mi impegnavo molto nello studio e facevo tutti i compiti, terminai il nono grado, terzultimo della classe (solo due compagni andavano peggio di me, non si erano degnati di aprire neanche un libro). Ero anche il piú grosso, egoista ed arrogante della scuola, se ci fosse stato un premio per questi attributi avrei sicuramente vinto. Comunque, siccome mia madre era una persona intelligente e mio padre all'epoca era considerato dal mondo letterario uno scrittore importante, non mi arresi, almeno non intellettualmente. Avevo letto degli articoli scritti da quegli amici chiamati Mendel e Darwin che sostenevano che le fattezze si ereditano; a questo aggiunsi il pensiero di un greco sul ragionamento intelligente:

Una persona con due genitori intelligenti non puó essere un completo idiota; avevo una speranza!

Peró poi mi mettevo di fronte ad un altro sillogismo:

Se a scuola non prendi buoni voti significa che non studi, oppure sei un ritardato, io studio, quindi...

Ero confuso. Provai a lavorare in un supermercato ma non duró molto; cosí dopo un paio d'anni ritornai all'Accademia, con grandi sforzi e con l'aiuto di un lontano parente che faceva conferenze all'Universitá di Lund: grazie Nils.

Qui le cose cambiarono drasticamente, il primo esame non andó bene, ma dopo 18 mesi quasi 19 di studio piuttosto tranquillo, non solo ottenni una B.A. ma anche un diploma di scuole superiori, grazie Göran, e con buoni voti. Anche se ancora non potevo dimostrarlo, mi consideravo lo studente piú veloce del mondo, il migliore, il genio piú intelligente. Nel frattempo persi anche 50 chili: da ragazzo obeso, divenni per le ragazze il piú sexy della cittá. Hola Annette. Certo, impazzí totalmente! Mi convinci che ero il regalo di Dio per l'Umanitá e con questo presupposto incominciai a cercare il motivo per cui Lui/Lei mi aveva inviato.

Cercare qualcosa di importante da fare per il resto della vita puó essere anche una attivitá piacevole, ma quando diventa un dovere e si decide che sará "per sempre", forse é meglio "riflettere-bene-se-é-quello-che-realmente-si-vuole". Almeno questo successe a me. Se si osserva il mondo con la mentalitá di chi vuol fare del bene, ci si renderá conto che delle cose che prima si consideravano come bianche/buone, adesso sono scure, a meno che non si abbia la capacitá di fare un salto di fede. E di nuovo questo é ció che successe a me.

Fallí miseramente nel tentativo di incontrare qualcosa di buono a cui dedicare la mia vita. La cosa migliore che incontrai fu "Pensare a me stesso", attivitá abbastanza inutile senza un minimo di preparazione e "Fare ció che penso sia corretto", cosa che non suona male, peró potrebbe far diventare eroi persone come Adolf Hitler. Questo "qualcosa di buono" semplicemente non mi sembrava sufficientemente "buono". Una mentalitá scettica sembrava interessante, come pure studiare col proposito di apprendere, ma anche di comprendere, peró neanche questo si avvicinava al "bianco" che stavo cercando nella mia vita, specialmente quando mi resi conto della quantitá di letteratura che avrei dovuto studiare. Leggo molto lentamente, ho difficoltá a concentrarmi a meno che il testo non sia sintetico.

Quindi alla fine cambiai la domanda esistenziale. Se non posso incontrare qualcosa di sufficientemente "buono" per cui lottare, forse posso concentrare il mio genio per lottare contro qualcosa di "cattivo". Lanciai in mare una rete molto grande, ma quello che raccolsi come "nero/cattivo", fu solo il problema della legge sulla proibizione delle droghe. Comunque, anche se cattivo, ha ancora qualche punto brillante (esistono ancora persone favorevoli alla proibizione senza cattive intenzioni; qualcuno che ne faceva uso ha preferito rinunciare perché illegali, o per i costi elevati o perché se fossero legali le promuoverebbero). Comunque a prescindere da questo e da altri punti brillanti, pensai che la sua oscuritá generale, spingeva la proibizione delle droghe piú verso il nero che le altre cose piú chiare: come lo scetticismo e lo studio per comprendere( che risultavano bianche), quindi mi fermai su questa scelta. Inoltre, questo problema fin dall'inizio sembrava suggerire qualche forma di propensione della societá ad organizzarsi disfunzionalmente. Questo era certamente nella sua essenza molto piú vicino al 100% nero della stessa proibizione. Finalmente ho incontrato quello che cercavo, invece di orientarmi verso obiettivi egoistici come la ricchezza, dedicheró il mio genio nella lotta contro la pazzia della proibizione delle droghe! Nessuno potrá chiamarmi genio egoista!

Non avevo mai prestato tanta attenzione alle droghe illegali ed in generale non mi piacciono le droghe, né chi ne fa uso, né i trafficanti/estorzionisti che la vendono, né i politici che la vietano, né i ricercatori delle politiche delle droghe che promuovono la proibizione, né la Polizia che afferma di essere sul punto di risolvere "il problema delle droghe" o chi si approfitta dello status illegale in altri modi. In realtá, se dovessi scegliere uno degli attori del mercato delle droghe per invitarlo a cena, probabilmente sceglierei un narcotrafficante, perché anche se moralmente disprezzabile, almeno ha la tendenza ad essere un pó intelligente, con spirito imprenditoriale e con qualche storia interessante da raccontare.

In quanto alle droghe legali, devo dire che non le sopporto: una volta mi fecero ingrassare tanto, che dovetti operarmi o fumare 60 sigarette al giorno. Questo mi fece capire perché la domanda di quest'assassino di massa, insieme all'alcool, dovrebbe essere manipolata centralmente. Comunque, le droghe ci sono sempre state e sempre ci saranno, almeno nel senso piú ampio, come qualcosa che in termine generale è: piacevole, che fa bene (almeno in parte) facendone un uso moderato e fa male se ci compiaciamo troppo.

Piú che agli attivisti del mercato delle droghe, il mio interesse si riversó verso gli effetti che provoca la proibizione delle droghe.Qualcuno di noi senza dubbio non ne fa uso perché cittadino rispettoso alle leggi, timoroso della retribuzione del sistema legale o per l'aumento dei prezzi provocato dal divieto: potrei dire che sono punti bianchi/buoni in un discorso oscuro, perché anche se spesso é difficile vederlo, l'aumento dei costi provocato dalla proibizione, causa un sacco di cose cattive. Questo materiale cattivo, che spesso non si vede, é tanto nero che anche quando si mischia con le "cose bianche" accennate prima, la proibizione si avvicina piú al nero assoluto che a qualsiasi altra cosa incontrata. Comunque, siccome per l'occhio del profano purtroppo, é piú facile vedere le cose bianche, la disfunzionalitá del divieto delle droghe non era di facile percezione, e questo spiegava perché "nessuno" lo aveva visto e lo sfidava. Se sono veramente cosí speciale, dovrei essere capace di far vedere al mondo la disfunzionalitá della proibizione delle droghe, pensavo.Tuttavia, Svezia e la decade del 1990 non erano nè il posto, né il momento, adatto per condividere le mie opinioni, ed i miei supervisori accademici, la ONU a Vienna ed il capo della nostra Polizia Nazionale Hans H(lo stesso uomo che era a capo dell'investigazione sull'assassinato a Olof Palme), tutti mi dissuasero a non divulgare i miei sospetti. Non riuscire ad ottenere finanziamenti, la mia mancanza di subordinazione ai professori di intelligenza media e la preoccupazione sulla mia incolumitá, mi obbligarono a mettere in secondo piano il mio progetto. Caro Hans H, se almeno avessi capito quello che dicevo!

Quindi, che cosa fa uno, quando é convinto che é stato inviato per fare una cosa in particolare, peró non incontra nessuno intenzionato ad ascoltarlo? Si dedica al progetto A-T-T tutte-quelle-cose-che-un-uomo-dovrebbe-aver-fatto, cosí se un giorno le cose cambiano, posso trattare il problema della proibizione delle droghe con maggiore preparazione.

*

La prima opportunitá che si presentó per mettere in pratica il mio progetto, fu quella di navigare, impegnando tutte le mie energie ed i miei risparmi. Andó tutto liscio fino a quando partimmo da Malaga verso le Isole Canarie ed i Caraibi; una ragazza che si chiamava Raily mi disse piú o meno cosí: "Andrés, sarai anche forte e grosso, peró anche tu come tutti hai bisogno di dormire, stai attento, una di queste notti ti uccido". Nessuno difese il mio diritto alla vita, e me ne andai; poi mi dissero che la nave affondó per il maltempo nel porto di Manila. Berra; le autoritá portuarie di Manila non hanno la certezza che la nostra nave sia affondata; Mi devi dare dei soldi?

Ero senza soldi, umiliato e disgustato di me stesso, peró vivo; capí che quando uno vuole mettere in pratica un progetto, prima di tutto deve guadagnare qualcosa.

Da quando iniziai il primo anno di Universitá che ho un rapporto amore-odio con il denaro ed il capitalismo, servono per farci diventare fanatici realizzando cose fantastiche, peró allo stesso tempo ci trasformano in esseri minori e piú facili da dominare. Ovviamente dovrei mettere da parte l'odio almeno per un certo periodo di tempo. Mio nonno morí e mia madre mi diede 30.000 coronas svedesi per vivere. Chiamai una vecchia compagna dell'Universitá che lavorava in una vendita all'asta svedese. "Ciao Lotta, sono in possesso di 30.000 coronas ed ho bisogno di diventare ricco nel piú breve tempo possibile" e lei mi rispose: "prova con l'arte del vetro svedese della decade del 1930, il mio fidanzato é convinto della riuscita".

Un poco di informazione sul tema mi fece realizzare che l'arte del vetro di Orrefors del periodo della guerra era una delle due cose da tener in considerazione; la seconda era il legno e l'argento dell'epoca vichinga; gli svedesi senza dubbio eravamo, in tutto ció, i migliori del mondo. Successivamente scoprí che a parte "Orrefors", erano parole chiave anche "Ariel" e "Graal". Alcuni cataloghi di vendita all'asta americani mi diedero spunti, e la passeggiata per i negozi di porcellana cinese mi insegnó che molte cose simili, erano rimaste invendute durante decadi. Comprai quindi tutto ció che era di qualitá, da vendere all'asta all'estero, ad un test di vendita risultó che il beneficio di "20 volte" non era un margine irreale. Amministrando, comprando l'arte del vetro rimanente nei negozi svedesi e pagando spesso ad un quarto del costo, entrai in possesso di una grande quantitá di articoli; scrissi anche un libro sull'argomento che mi fece diventare famoso e la fama mi aiutó a vendere ancor di piú, tanto che diventai piú ricco del necessario. Grazie, Lotta W. y Knut K. e grazie Thomas H per vendere la maggior parte dei pezzi.

*

Avendo risolto il problema dei finanziamenti, scrissi la lista A-T-T: scrivere in inglese, tre anni a Oxford o Cambridge, surf Pipeline, educazione, diventare un atleta, visitare 200 paesi, apprendere il formato di scrittura e sparare una tigre divoratrice di uomini; mi ripromisi che avrei fatto di tutto per fare queste dieci (o dodici) cose. Mancava un mese alla fine degli studi, volevo completare la parte obbligatoria del mio dottorato sulla Teoria della Scienza prima di partire col progetto. Le conferenze di questo mese furono le piú affascinanti, era nato l'interesse per la filosofia ed aggiungi "una B.A. valore della filosofia" alla mia lista, eliminando "sopravvivere in mezzo alla natura". Grazie, Jan H. sia per il corso che per suggerirmi di scegliere Oxford.

***

Arrivai qui con tre obiettivi: rimanerci tre anni, ottenere un B.A. in filosofia sulla comprensione della conoscenza e diventare un atleta. Inoltre pensai che avrei iniziato a lavorare sui progetti piú esigenti: 1) imparare a scrivere in inglese ( cominciai proponendomi di apprendere ogni parola nell' Oxford Advance Learner´s Dictionary) e 2) educarmi (cercando di apprendere (anche se non sempre capivo), ogni concetto con relazione al Pensiero Moderno).

Arrivai alla Sub-Facoltá di Filosofia nella via Merton n. 10 un mese prima che iniziasse il trimestre (errore di Jan H.). L'unico impiegato in ufficio si chiamava Harvey Brown (non avevo mai sentito parlare di lui), chiese ad un anziano professore, Richard Harré, (non avevo mai sentito parlare neanche di lui), che mi preparasse come accademico visitante e che mi sistemasse un casellario. L'unica lettera che vi incontrai prima che iniziasse il trimestre, fu un invito ad assistere al funerale di un vecchio professore chiamato Karl Popper (neanche di lui avevo sentito parlare). Grazie, Harvey.

Mi incontrai di nuovo con Richard Harré perché un seminario sulla filosofia morale mi sembrava piuttosto interessante, sia per come era nato in me l'interesse per la filosofia, sia perché immaginavo tutti i "propositi pratici" essendo post-doc e sia perché secondo me, il mio inglese era eccellente, tutti buoni motivi per dedurre che il seminario del professor Harré era il miglior inizio. Capí un pó di and, but, if e then, tutto qua, tornai a OALD e decisi di allontanarmi dai seminari filosofici al meno per Michaelmas.

In realtá succedeva che ad ogni conferenza dovevo dire: "Mi scusi Professore/Signore ( ai professori di All Soul non piaceva essere chiamati cosí), mi chiamo Andrés Laszlo Jr., sono un accademico visitante dell'universitá di Lund, le dispiace se mi siedo?" La forma e la pronuncia presto divennero un problema. Mia madre, professoressa d'inglese, mi aveva insegnato a parlare l'inglese di Oxford (i miei amici dicevano che era un irritante inglese nasale) e siccome non avevo mai ricevuto un "no", presto mi resi conto che la mia umile domanda non era tanto appropriata. Da qui la considerazione che ero l'unico accademico che aveva perso l'accento di Oxford nella stessa Oxford.

La mia autostima ed il mio genio avevano ricevuto un duro colpo nel seminario del mio benefattore, peró il terzo anno ad Oxford riuscí a vendicarmi di lui, assistendo al seminario di Richard Harré, per lo meno riuscí a capire di cosa parlava.

*

Dopo l'Universitá di Lund, senza contare il breve periodo nella UCI a Irvine,( anche se dovevo andare a Berkeley, causa della rottura con Farida), Oxford divenne il mio successivo destino accademico. Mi divertí molto. Studiai filosofia, imparai a remare, studiai Shakespeare, lanciai un disco, studiai la teoria quantistica, ballai, conobbi a tre delle donne piú invidiabili che abbia conosciuto, conobbi persone che pensavano solo con la logica, il ragionamento ed il desiderio di fare del bene, piuttosto che lucro personale, e che si definivano persone vere! Wow! Anche se il ricordo di Farida non mi permetteva lanciarmi con le tre ragazze, si potrebbe dire che fu il periodo migliore della mia vita, rimasi lí tre anni, facendomi ospitare da qualsiasi universitario che si offriva volontario, da St. Anne´s a All Soul´s. Una delle Universitá che preferivo era New College: prima mi diedero una stanza nel Campus e poi nella casa del decano.

Una di queste persone vere che conobbi a Oxford si chiamava John (il cognome non lo ricordo): era un tipo interessante, americano, anche lui alloggiava in casa del decano. Prestó interesse al mio passato intellettuale, ed espresse la sua opinione sulla mia metamorfosi da "ritardato a genio". Stava per prendere il Ph. D. in biogenetica e si trovava a Oxford per incontrarsi col supervisore di inglese. Questi era un membro importante del New College, diventó famoso grazie alla sua opera scientifica " il gene egoista", secondo John sicuramente mi avrebbe conosciuto volentieri per parlare del mio cambiamento. "Ovviamente oggi sei stupido come allora, peró sei riuscito ad ingannare il sistema e questo significa qualcosa". John era un pó sarcastico e mi accusava di essere egoista nel preferire intraprendere il progetto A-T-T, piuttosto che continuare una carriera accademica "adeguata". Poi aggiunse: "ti devo avvertire, il mio supervisore é un pó particolare, se non riesco a convincerlo che il tuo obiettivo non é quello di ucciderlo, non ti riceverá". Dedussi che John non doveva essere tanto serio.

Avevo tanta voglia di parlare con quell'uomo. Un genio della genetica doveva essere la persona giusta per spiegare la mia metamorfosi: puó darsi che riesca a capire alcuni fenomeni mentali, oppure addirittura un gene prenderá il mio nome.

*

Il giorno dopo John mi rispose.

"Mi dispiace, non ti vuole vedere e non vuole parlare con te".

"Come? Perché?"

"Non é il tipo che dá molte spiegazioni".

*

Quella stessa settimana, mentre stavo uscendo dal decanato per andare all'Universitá, si apre la porta ed un uomo non molto alto, cinquantenne, mi guarda dall'alto in basso. Con orrore lessi la sua mente, mi stava classificando: animale, mammifero, tutte le speci ed in particolare delle sottospeci "possibile mesomorph aggressivo".

Dal momento in cui mi resi conto che potevo essere il regalo di Dio per l'Umanitá, albergava in me il sentimento di superioritá intellettuale, o almeno di paritá in relazione ai miei simili. Voglio dire, dopo tutto, non tutti possiamo essere il regalo di Dio, vero?

Quel gentiluomo, immaginai che dovesse essere il supervisore di John: timoroso-della gente-e-non-interessato-al-fantastico-che-c'era-in-me; scartato come un regalo che non é di Dio; trasmetteva un potere intellettuale mai visto prima e questo sicuramente non si poteva scartare. Comunque alla fine quello che era stato scartato, ero io, ed anche catalogato come mesomorph. Non avevo nessuna intenzione di indietreggiare e lasciare che quell'elemento attraversasse la porta prima di me; anche se apparentemente sembrava spaventato perché io ero il doppio d lui, non demordeva. Finí che ci incastrammo nel bel mezzo della porta, con il buon professore schiacciato dalla mia figura "poco" esile; non ricordo chi fece il primo passo, io inalai tutta l'aria che potevo per appiattire il piú possibile il petto, per creare un pó di spazio tra di noi e poter uscire.

Piú tardi, lo stesso giorno, quando andai al casellario del New College, mi ricevette il portinaio.

"Signor Laszlo, temo non poterle dare piú alloggio".

"Che cosa?"

"Comunque é stato un vero piacere averla qui con noi!"

"C'entra qualcosa il supervisore di John?"

"Mi sta chiedendo se il professore piú stimato della nostra Universitá ha provato piacere ad essere maltrattato nel decanato? No, il motivo non é questo, abbiamo bisogno della stanza libera per un altro compagno visitante. Comunque considerando la sua massa corporea, non crede di essere stato un pó egoista?

"Se qualcuno si é comportato egoisticamente, quello non ero certo io."

"Signor Laszlo, cerca di essere simpatico?"

"Come?"

"Niente!"

"Non ero io che lo stavo maltrattando!"

"Per favore, sia gentile, alle quattro in punto, prenda tutte le sue cose dalla stanza e restituisca la chiave."

"Oggi?"

"Oggi!"

Cinquanta minuti piú tardi, insieme alla mia adorabile Alfa Romeo Spider 2.0 ed a tutte le mie cose me ne andai. Mi sentí trattato ingiustamente, e convinto che dietro c'era la mano del professore. Anche se era un personaggio famoso, poteva venire a parlare con me direttamente, invece di usare la sua posizione per farmi sbattere fuori. Pensai di protestare, peró ad Oxfort un umile accademico visitante, di fronte ad un nano glorificato, tra i residenti piú famosi del New College e per la regola di supervivenza di questo luogo, lo definivano senza dubbio il piú atto di tutti noi. Dopo tutto era vero che avevo cercato di non farlo passare dalla porta, anche se lui era stato il primo ad aprirla...

Dopo aver abbassato il tettuccio della macchina, incominciai a caricarla. Dove dormiró stanotte?" e mentre lo pensavo mi resi conto che la mia adorabile auto era stata bombardata di castagne dall'alto, forse era successo quella notte, prima non ci avevo fatto caso. Apparve John, veniva a salutarmi, le ultime ore non erano state certo le migliori della mia vita.

"Che diavolo hai fatto al mio supervisore?"

"Niente...Lui voleva entrare ed io volevo uscire, e ci siamo incastrati in mezzo alla porta."

"Tutto qua?"

"Forse ho occupato un pó piú di spazio di quello che avrei dovuto!"

"Perché ti comporti cosí?"

"Era cosí maledettamente arrogante!"

" Si?"

"Come se fosse intelligente il doppio di me."

"É intelligente, peró non il doppio di te".

"Grazie!"

"É un milione di volte piú intelligente di quanto tu potrai mai essere!"

"Come?"

"Pensi che non ti voleva vedere per questo?"

"Credo di no!"

"Invece io credo che lui pensi di si!"

"Il risultato di quello che lui pensi di se stesso o quello che ha fatto, é che mi hanno sbattuto fuori!"

"Ti avevo avvertito che era una persona un pò particolare, ha paura che la gente lo voglia uccidere".

"Perché?"

"Perché molta gente vorrebbe vederlo morto, probabilmente diventerá l'ateo piú famoso del XX secolo".

John mi spiegó che il suo supervisore aveva raccontato al mondo alcune sue idee che non erano per niente piaciute ad alcuni, per questo motivo preferiva vivere isolato, almeno quando non doveva dare conferenze.

"Solo per questo é restío a conoscere gente nuova".

"Come me?"

"Soprattutto i tipi come te, forti e grossi, che gli possono far del male facilmente, se vogliono".

Immagino che non fosse difficile capire il punto di vista del professore, peró il problema rimaneva: Dove vado a dormire stanotte?

Veramente non mi preoccupava molto non avere un alloggio, la ragazza con cui ero stato le notti precedenti apprezzava il mio genio e non mi considerava un egoista.

***

Era ora di viaggiare, i 200 paesi da visitare previsti nel mio progetto, non li potevo ignorare solo perché mi stavo divertendo ad Oxford. Non mi ero preoccupato di cercare un alloggio, cosí che al mio ritorno sarebbe stata la prima cosa da fare. Non ricordo dove andai, sicuramente in un paese nuovo, peró cinque anni piú tardi, il 29 gennaio del 1998 per essere precisi, mi trovavo a Calcutta, dove avevo iniziato da poco a scrivere una novella, con la tigre come protagonista. Dieci anni prima a Lahore conobbi un tipo interessante: Hyatt Faruki, che aveva scritto un libro su una tigre divoratrice di uomini che lui aveva cacciato: I divoratori di uomini di Sundarbans.

Per quanto mi riguarda, avevo incominciato a scrivere la parte fittizia della mia carriera di scrittore sulle avventure del figlio di Odín: Karli Nobel, mentre cammina sulla terra; egli non sa di essere speciale, e come scrittore, lo misi di fronte a grandi sfide per farlo crescere, maturare e poter stare un giorno all'altezza del padre. Che c'era di meglio che metterlo di fronte ad una tigre divoratrice di uomini, personaggio in parte reale, ed in parte creato: Chicc Kadune?

Hyatt mi aveva promesso di portarmi a caccia di un divoratore di uomini se riuscivo a pubblicare il suo libro in inglese e svedese, peró non ci riuscí, perché i miei editori dissero che era politicamente scorretto. Rimasi a Calcutta anche con il fine di recimolare informazioni sulle tigri divoratrici di uomini di Sundarbans, per poter trasmettere autenticitá ai miei lettori sulle interazioni tra i personaggi di fronte ai felini.

Una volta entrai nel Club della Stampa di Calcutta: "C'é qualcuno qui che sappia qualcosa sulle tigri che divorano gli uomini?" Cosí conobbi Kunal Sengupta, amico mio da allora, grazie Kunal per il tuo aiuto. Un altro modo per autenticare i miei testi era conseguendo il libro di Hyatt: I divoratori di uomini di Sundarbans e guarda caso stava per iniziare l'evento principale della "Fiera del libro di Calcutta"( centro letterario dell'India). Si firmarono molti libri, erano presenti attrici avvenenti di Bollywood, oratori etc. Mi presentai insieme ad alcune persone recentemente conosciute nel Club, per incontrare personalmente uno scrittore famoso sul quale avevo letto molto.

C'erano telecamere e giornalisti dappertutto: indiani, inglesi, statunitensi, francesi etc. e riuscii ad avvicinarmi solo grazie alla mia statura ed alle persone che mi accompagnavano.

Generalmente gli indiani sono bassini, ed anche se ci fosse stata molta stampa straniera, io con i miei 196 centimentri e 130 kg difficilmente avrei avuto problemi di visibilitá, forse é per questo che il famoso oratore mi vide.

Stavolta, il "genio" che mi aveva espulso dal decanato, "l'egoista" e temerario supervisore di John, il famoso scrittore del "gene egoista" mi guardó con orrore, come se temesse che la sua apparizione in pubblico non durasse a lungo.

Cercai di divertirmi un pó con il "gene del genio", lanciandogli un'occhiata da killer, peró un altoparlante lo fece girare ed i nostri occhi non si incrociarono.

"Signore e signori, per favore, un caloroso applauso per dare il benvenuto al professor Richard Dawkins del New College di Oxford".

  

    

  


41. SAHARA X 2

 

1995. Continuai ad andare al seminario di filosofía del Professor Hare su Marlow (conosciuto anche come William Shakespeare), all’inizio avevo difficoltá a capire il suo pensiero, ma alla fine ci riuscí. Remavo abbastanza bene, peró ero sicuro che non avrei mai fatto parte di una squadra di peso leggero; mi misi a giocare a polo, peró duró fino a che tutti i poni stanchi dei miei 130 kg incominciarono a nascondersi quando mi vedevano arrivare. Un giorno una mia ex fidanzata danese venne a farmi visita e probabilmente per colpa mia la squadra Oxford / Cambridge perse contro la Harvard / Yale, perché me ne andai all’improvviso, durante le vacanze estive, senza avvisare, in giro per il mondo. Mi restava ancora del tempo a disposizione, anche se non mancava molto allo scadere dei tre anni previsti a Oxford e prima di andarmene volevo comunque risolvere delle cose.

_ _ _ 

Avevo giá completato due terzi del progetto A-T-T, avevo persino fatto surf a Pipeline lasciandoci quasi la pelle ed avevo visitato quasi 160 paesi, quando arrivo a Inguezam, Argelia. Qui decido di attraversare con una caravana il deserto del Sahara fino a Arlit in Nigeria, perchè era uno dei miei obiettivi, peró quando mi rendo conto che avrei dovuto percorrere il breve tragitto, dalle Piramidi a Giza con un cammello, pensando ai miei grossi glutei mi bloccai un pó, presi quindi in considerazione l’idea di andare in bicicletta, ma alla fine optai per l’autostop, considerando che lo avevo giá utilizzato durante i viaggi in Islandia, Nuova Zelanda, Alaska, est del Canada. Se riuscivo a raggiungere vivo Arlit, il mio piano era arrivare fino a Lagos in Nigeria e poi continuare il cammino fino all’Est ed al Nord, attraversando tutti i paesi possibili. Sierra Leone e Liberia erano apparentemente i posti piú difficili, prima di prendere il volo per tornare a casa da Dacca o Banjul.

Io ero abbastanza muscoloso ed é per questo che due tipi alquanto anonimi e senza fissa dimora mi dierono un passaggio fino a Tamarasset; erano francamente poco raccomandabili e la cosa migliore era non fare troppe domande. Avevano rubato una Mercedes per attraversare il Sahara e raggiungere la frontiera di Níger / Nigeria, per poi venderla agli importatori di macchine del paese ricco di petrolio. Era la loro prima attraversata del Sahara, e la mancanza di esperienza probabilmente contribuí nella scelta sbagliata del veicolo; avevano optato per una macchina tedesca a due ruote motrici, quando i contrabbandieri compravano o rubavano solo fuoristrada francesi a quattro ruote motrici.

I mercenari parlavano francese ed anche se io sono per metá francese, decisi di non svelarlo per la mia incolumitá. Dopo un pó mi resi conto che erano due omosessuali, che forse avevano ucciso il propietario della macchina; che avevano il sospetto che il mio portatile fosse di valore; che probabilmente avessi molti soldi nel portafoglio; che la decisione di non ispezionarmi alla partenza da Inguezam era stata una buona idea; che la mia stazza era perfetta nel caso in cui la macchina si affossasse nella sabbia e che siccome il mio nome non era registrato da nessuna parte, nessuno mi avrebbe cercato se “fossi passato a miglior vita”.

Che mi avrebbero ucciso era sicuro, il dubbio era quando. Mentre quello che sembrava il maschio della coppia studiava come liberarsi di me prima di arrivare a destinazione, a Arlit, la femmina era piú propensa a farlo il prima possible. Non ho mai capito tutto questo odio irrazionale verso di me, ed io senza far niente per evitarlo lo consideravo come “una seconda opportunitá per capire a Massud”. Il tema “quando lo uccidiamo” presto diventó il pomo della discordia, e tolse l’armonia alla coppia. Io giustamente, feci tutto il possibile per avvicinare la femmina alla posizione del suo compagno, peró siccome lei non mi rivolgeva mai la parola, l’impresa fu piuttosto ardua, specialmente perché non volevo svelare che parlavo francese, ed i miei sforzi quindi si ritorcevano contro di me. Tuttavia, lei non era molto forte e non aveva armi a bordo, solo attrezzi per riparare la macchina ed un vecchio coltello seghettato per tagliare il pane, che cercava di affilare mettendoci molto impegno e distraendosi dal resto.

Una volta la femmina cercó di uccidermi facendomi mangiare un frutto del deserto pensando fosse velenoso. Un’altra volta invece i due pensarono di usare uno scorpione, peró arrivarono alla conclusione che la quantitá di veleno del pungiglione forse non era sufficiente a causa del mio peso e che non solo non mi avrebbe ucciso, ma neanche indebolito al punto di facilitargli la operazione di assassinato. In un’altra occasione la femmina cercò di investirmi mentre sollevavo le ruote dalla sabbia, con il risultato che la macchina si affossó ancora di piú; ed una quarta volta semplicemente se ne andarono con le mie cose, stranamente lasciandomi lí insieme al mio portafoglio. Lo so, non furono molto coerenti quando li riincontrai dopo piú o meno un chilometro, ebbero grandi difficoltá a spiegarmi perché mi avevano lasciato, dopo che per la ennesima volta li tiravo fuori dalla sabbia. L’unica parola che mi venne in mente per qualificarli fu “ingrati”.

Siamo rimasti insieme solo tre notti, una di queste fu alla frontiera con Argelia / Níger, piena di trafficanti di auto, finirono con l’ubriacarsi a tal punto da dimenticarsi dell’assassinato. La prima notte invece furono piú attivi.

Avevamo viaggiato fino a dopo il tramonto del sole, sia perché stranamente la sabbia era compatta e sia perchè per ragioni di sicurezza era meglio attraversare quella zona il piú presto possibile. Quando ci accampammo sotto un cielo sorprendentemente fresco e meravigliosamente stellato erano giá le nove. Stavamo ancora in territorio minato peró decidemmo di fermarci lo stesso, sia perché la sabbia incominciava ad essere morbida ed in alcuni punti pericolosamente profonda, e sia perché incontrammo una gomma su terreno solido. Sebbene ci fossero un sacco di pneumatici in giro, questo sembrava fuori posto e messo in alto. Pensai che dei malviventi lo avessero messo lí a proposito per attirare dei passanti incompetenti come noi. Cercai di trasmettere i miei timori ai due, peró la mia ipotesi non fu considerata importante.

*

Quella notte la coppia dormí in macchina, io invece sulla sabbia vicino ai resti fumanti della ruota, piú o meno a quindici metri dalla Mercedes. Ero consapevole del fatto che sarebbe stato difficile che la notte trascorresse senza attentati; sicuramente era piú tranquillo un locale di azzardo, ed infatti, verso la mezzanotte sentí dei movimenti all’interno della macchina. Udí aprire lo sportello con delicatezza, cosí chiunque fosse, passava inosservato. Il Sahara, anche se é un luogo ideale per fare cose inaudite, non é adatto per fare cose in silenzio.

Cercai di avvicinare l’orecchio il piú possibile per capire se si trattava di una o due persone, peró non ci riuscí. Poi, peró sentí un altro suono, forse proveniente da un veicolo che viaggiava nel deserto, e che se circolava di notte poteva significare solo una cosa “gente del posto” uguale a “problemi”.

Mi ricordai della mia teoria sulla presenza dello pneumatico, e senza paura aspettai l’arrivo dei Tuaregs, beduini, ribelli, attivisti della libertá, ufficiali della dogana e chi piú ne ha piú ne metta. Passó un sacco di tempo, a volte il suono sembrava vicino, altre volte c’era da aspettare vari minuti, forse mi sbaglio, non uso orologi, ed i cellulari all’epoca non si usavano molto, peró credo che l’auto ci mise due ore ad arrivare.

Era una specie di veicolo militare e quando arrivó dirisse i fari verso la Mercedes. Scesero dall’auto un paio di giovani dall’aspetto beduino con i fucili, balzarono fuori dalla macchina e si dirissero verso i miei anfitrioni e fu quando riuscí a vedere lo sportello posteriore aperto che stava di fronte a me. Incominció una discussione animata su chi fosse il vero propietario della macchina ed ogni tanto puntavano il dito e la lanterna verso di me, anche se non si avvicinarono. Non feci finta di dormire, peró neanche cercai di unirmi alla conversazione. Ogni tanto parlavano in francese peró principalmente era arabo e per me quindi totalmente incomprensibile. Alla fine dopo uno scambio di denaro il veicolo scomparve dalla scena. Ebbi la sensazione che si pagó una mazzetta forse in segno di protezione e che la mia scomoda presenza era per loro un problema, anche se alla fine credo che fu invece un beneficio.

*

Dovevano essere le tre in punto quando mi svegliai e vidi l’uomo dall’aspetto femminile dietro di me con in mano una pietra avvicinandola alla mia testa. Ovviamente la sua intenzione era quella di schiacciare il mio povero cranio, peró quando aprí gli occhi ed alzai le mani per proteggermi, l’uomo, dopo qualche attimo di riflessione, urtó il mio fianco con la pietra, la poggió per terra e si ci sedette sopra dicendo: “ Scorpione!” Fu la prima volta che mi rivolse la parola.

Anche se mi sentivo esausto, ero contento, perché i miei riflessi di fronte al pericolo inminente funzionavano ancora e quando mi sedetti pensai che quello doveva essere l’ultimo tentativo di quella notte di farmi fuori: “D’accordo. Scorpione. Scorpione cattivo. Tu uccidi allo scorpione cattivo. Grazie. Bene bene. Buona notte”.

La persona fastidiosa che mi stava vicino seduta sulla pietra, come se volesse invadere il mio campo, non aveva nessuna intenzione di tornare in macchina, anzi al contrario continuava a parlare ininterrottamente: “Svezia? Tu Svezia?”

Lo guardai sott’occhio cercando di capire che cosa stesse tramando, peró ero troppo stanco per fare qualsiasi sforzo.

“Olof Palme?”

Cercai di accompagnarlo fino alla macchina piú volte, peró piú mi impegnavo nell’intento, piú il piccolo uomo non aveva nessuna intenzione di muoversi da lí:

“Olof Palme?”

“Si. Olof Palme era svedese”.

“Buon uomo. Olof Palme, buon uomo”.

“Non so! Puó darsi! Predicava con convinzione peró all’epoca pure Hitler faceva lo stesso”.

“Buon uomo”.

La mia idea era: “Se riesco a farlo andare in macchina, mi metto in posizione orizzontale cosí si riattiva il mio sistema di allarme, e quando il tizio ritorna, io automaticamente mi sveglio.” Niente da fare! Non riuscivo a capire perché fosse cosí insistente.

“Copenaghen”.

“No, Copenaghen é Danimarca”.

Perché quell’uomo che mi detestava tanto da volermi morto, anche se ancora gli servivo come gru, non andava in macchina: “Vai a dormire in macchina!”.

“Abba!”

All’improvviso, malgrado i contatti del mio cervello non fossero attivi a causa del sonno pensai che se uno non se ne va e sente forte il desiderio di parlare…: “Si, Abba é svedese”.

“Abba ok.!”

...Immagino che stesse pensando: “Se libero la pietra, questo gigante la alza e si accorge che sotto non c’é nessun scorpione, quindi scoprendo le mie vere intenzioni mi uccide; devo cercare di rimanere immobile ed intrattenerlo fino a che ce ne andiamo o si addormenta, dopodiché posso tranquillamente farlo fuori. Devo sopportare quell’uomo spregevole o rischio il peggio”. “Si, Abba é buono”.

“Elvis Presley!”

Tuttavia per me la situazione era ben diversa: “Se lo lascio rimanere qua, prima o poi mi addormento e mi schiaccia la testa. “No, Elvis Presley statunitense”.

“Americano?”

Insistetti sul fatto che Elvis Presley era statunitense e no svedese, credo di averglielo spiegato in almeno una mezza dozzina di forme diverse.

Analizzammo l’origine del Football, ​​del Rally Parigi/Dakar, Muhammad Ali, Cartago, Petra, l’impero Romano, Hollywood, Le mille e una notte, Gesú, Abramo, Maometto, la fine del mondo e Allah, anche se non sono sicuro che fosse in quest’ordine. Ci fu molto di più: insinuazioni, problemi sessuali, possibili spiegazioni sull’odio che provava, e se non fossi tanto stanco, probabilmente avrei percepito anche un déjà vu.

Conversando su questi temi trascorremmo insieme almeno tre ore, immersi in una strana avventura nella quale entrambi cercavamo di fare uno sforzo per non ucciderci. ​​E cosí si fece l’alba. Devo ammettere che il sonno sopraggiunse in diverse circostanze, peró al perdere l’equilibrio, mi svegliavo, e questa fu la mia salvezza ma anche quella del mio interlocutore.

Sfortunatamente non sono un eccellente scrittore, forse non sono neanche un umano sufficientemente perspicace da fare una adeguada descrizione della conversazione sotto la luna, peró se un giorno lo diventeró ti prometto che questa sará una grande storia.

*

Comunque, anche se non sono ancora un vero uomo/scrittore, questa storia mi ha ispirato molto per i piccoli racconti futuri. Questa seconda versione che contiene qualche granello di veritá che riconoscerai, é la introduzione al secondo libro della mia serie The Caspian Connection; A Question of Honour. L’obiettivo di questo secondo testo é dimostrare che il mio protagonista é passato dallo stato embrionale a uomo eroico (in realtá lui é il figlio di Odin, peró ancora non lo sa).

La notte successiva ci fermammo nella cittá di Arlit, “mi comprarono” una prostituta cosí carina che non riuscí a trattenermi. Quando il giorno dopo mi svegliai, i due se ne erano andati. Mi odiavo per l’entusiasmo puramente fisico che avevo provato per la ragazza, un oggetto da utilizzare o rifiutare. Mi rubarono duecento dollari, ma questo particolare non é interessante da soffermarsi piú di tanto.

***

La precedente storia ha ispirato la seguente.

***

Cat non era contenta a Tamarasset, l’ultimo posto argelino prima di entrare nel deserto del Sahara, Niger e Nigeria: sabbia, ladri di macchine, scorpioni, poliziotti corrotti e bar di malaffare; tuttavia tutti questi elementi avevano in comune un qualcosa che la attiravano. Non si preoccupava neanche piú di tanto dei loschi traffici di auto, anzi questa era la parte piú divertente e la ragione per la quale ancora non se ne era andata. Quello che la rendeva infelice era il comportamento di Jens Otto, il suo enorme e muscoloso fidanzato danese. Il problema con Jens Otto o “Thor” o “Il Danese pazzo” come lo chiamava la gente del posto, era che andava dietro a tutte le gonnelle. Cat bevve un altro sorso di birra e decise di ubriacarsi.

“Ciao, sono Andrés Laszlo Jr e tu un paradosso”.

“Sono un paradosso?” domanda Cat senza girarsi.

“Una contraddizione biologica, la eccezione che conferma la regola; il mio vecchio amico Richard Dawkins afferma che un bel fiore non può crescere nel deserto”.

Bella voce! Cat si girò per guardare l’uomo che era appena entrato nel bar “Non sprecare troppe energie!”

“ Dio mio, gentile si, ma non un bel fiore!”

Cat annuí con la testa all’enorme uomo dal fisico da culturista e dalla barba rossa che stava lí nel bar. “Temo di avere giá un fidanzato”.

“Il piccolo repellente con il ragno, quello che importuna la ragazza di Froggie?”

“Si. Tu che sei un bravo ragazzo, la allontani da lui?”

“No! La mia tazza di te!”

“Perché? Lei ha due seni, e scommetto che ha anche un buco da qualche parte”.

“Lei non ha classe”.

Cat guardó l’uomo che la stava elogiando, era enorme, forse piú grande di Thor, “E questo é importante?”

“Che cosa ?”

“La classe”

“É tutto!”

Il suo fidanzato era impegnato ad esibire il “ragno”, uno scorpione grande, nero, dall’aspetto malvagio peró senza veleno, ridendo e gesticolando per attirare la attenzione degli uomini che avevano accompagnato al suo nuovo ammiratore nel bar. “Prima li truffa e poi se ne va con la cagna francese proprio davanti ai miei occhi.. E´un bastardo!”. “Lui ha intenzione di truffare i tuoi amici”.

“Lo so”.

“Lo sai?”

“Certo”.

“E non li aiuterai?”

“Non é un problema mio”.

“Se come amante, sei uguale che come amico, sei una merda”.

“Hanno cercato di uccidermi giá due volte”.

“Oh!”.

La ragazza francese accarezzava lo scorpione mentre il presunto fidanzato si burlava degli arabi: "Non hai gli attributi? Immagino che ad un ebreo gli piacerebbe toccarlo!"

“Che ci fai con loro?”

“L’autostop”.

“Perché?”

“Per attraversare il deserto”.

“E perché?”

“Per raggiungere l’altro lato”.

“Voglio dire, che ci fai in mezzo alla sabbia quando potresti prendere comodamente un aereo?”

“É una decisione mia, avrei dovuto utilizzare un cammello, ma sembra che sia il mio tallone di Achille”.

Uno degli uomini si era avvicinato a Thor cercando di toccare lo scorpione.

“Sono impressionato! Hai il coraggio di prenderlo?”

Il grosso uomo si avvicinó con le mani:“Mi piacciono”.

“Lo vuoi?”

“Si, é piacevole, morbido e con tanti cerchi”.

“Sei davvero tenace!”

“Se tu fossi un uomo e riuscissi a vedere quello che vedono i miei occhi, anche tu saresti tenace”.

“Anche tu... hai delle belle mani... forti”.

“Ahi!” Urló il tipo quando alla fine lo scorpione lo punse.

“Ma é terribile!” Esclamó Thor. “Corri in farmacia, è dietro l’angolo. Devi ingerire l’antitodo entro quindici minuti altrimenti morirai e con dolori terribili”.

L’uomo ferito uscí di corsa dal bar accompagnato dall'amico.

L’omone danese si rivolse alla ragazza francese, sostenendo un piccolo recipiente di vetro ed una siringa: “Torneranno”.

“Sei un maledetto imbroglione”, disse l'omone mentre si avvicinava al culturista dai capelli rossi con l’indice rivolto verso l’alto: “Volevi che lo scorpione lo mordesse”.

Thor guardó l’uomo con disgusto “E tu sei un piccolo monello che parla troppo”.

Il danese afferró la fidanzada dal polso, “Vieni, non mi piace l’atmosfera, andiamo in macchina”.

La ragazza si disvincoló, “Voglio bere un altro sorso, ci vediamo dopo al campeggio”.

Il fidanzato della giovane se ne andó un pó infastidito accendendo una sigaretta ed all’uscita si incroció con l’uomo ferito che entrava nel bar insieme all’amico.

“E allora?”

“L’antidoto é finito!”

“Mi dispiace”.

“Dicono che sei l’unico che ce l’abbia”.

“No”.

“No?”

“Veramente ne ho solo uno…, Thor alzó il contenitore con la siringa, …e siccome mi punge spesso, lo devo usare”.

Un paio di minuti piú tardi il trafficante di auto danese, con cinquecento dollari in piú nel portafogli, scortó la ragazza francese fuori dal bar, sostenendo lo scorpione dalla coda e ridendo, mentre la giovane lo manteneva dal dorso.

“Che ci trovi in lui?”

“Mi piace il suo lavoro”.

“E di che si occupa?”

“Macchine di seconda mano, ed é anche molto bravo”.

L’omone scosse la testa disgustato, “Mi dispiace, se fosse mio fratello minore gli darei una bella sculacciata.”

Cat guardó di nuovo l’uomo che stava cercando di animarla. Lui é veramente molto alto... ed anche molto bello, "Viene qui con te."

*

Dall’alto ed a una distanza di cinque miglia fuori dalla vista dell’auto impantanata, Thor, Cat ed il terzo al comando, un ragazzino argelino di tredici anni, osservavano l’omone, tirando e spingendo la macchina.

“Ti ho giá avvisato, se mi fai le corna con un altro ti uccido”.

“In realtá hai detto che avresti ucciso lui, pero non ti preoccupare, non mi aspetto che litighi con un uomo come quello”.

“Io ho detto che uccido entrambi”.

“Senti! Mi hai detto un sacco di cose e la maggior parte son tutte bugie”.

“Perché? Mi spieghi qual é il motivo?”

“Perché mi piace far sesso con uomini di potere”.

“ Un’altra parola e vedrai che ti faccio. Adesso spiegami il perché!”

“Certo che lo faró, è piuttosto facile, visto che te l’ho detto giá tante volte. Da quando sei andato a letto con l’adolescente tedesca, te l’avró detto almeno una dozzina di volte, che alla prossima, ti avrei tradito; e stavolta lo hai fatto davanti ai miei occhi, dimostrando di essere malvagio e senza classe.”

Stavano seduti sotto l’ombrellone con un ventilatore elettrico, connesso alla batteria di riserva della sua jeep, ristorandosi per il forte caldo…

“Che demonio ci avrai visto di interessante in quel maledetto svedese?”

“Mezzo svedese e mezzo francese”.

“Quello che é!”.

“É bello”.

“Pure io”.

“ Lui é enorme”.

“Anche io”.

“Lui é forte”.

“Ed io no?”

“É molto piú forte ed ha principi. Per esempio, lui non abbandona la sua fidanzata, solo perché gli appaiono davanti due tette ed un buco che lo attirano”.

Ne ha una?”

“Una che?”

“Una fidanzata?”

“No”.

“Adesso capisco!”

“É senza soldi. É concentrato a fare tutto ció che crede importante per un uomo: vivere all’avventura!”

“Ripeto, io non lo sono?”

“Tu ti muovi solo in funzione dei soldi”.

“Ti rendi conto che non appena aggiustano l’auto se ne andranno?”

“Puó darsi”.

“Puó darsi?”

“Solo se sono convinti che possono arrivare dove inizia la strada asfaltata”.

In questo stesso momento, gli pneumatici posteriori della Mercedes aderirono alla sabbia e quando l’auto giró, successero molte cose. Primo, l’omone cadde in avanti, secondo, l’automobile non solo non si fermó ma accelleró, e terzo, uno degli uomini che correva dietro la macchina, gli saltó dentro e la Mercedes si dirisse verso sud, dove la strada era asfaltata e che porta a Arlit“

“Ecco! Adesso siamo rimasti senza macchina”.

“Rimarranno di nuovo bloccati, manca ancora un bel tragitto”.

“Credi che fanno sul serio?”

“Ti ho giá detto che é intenzionato a fare tutte le esperienze che lui crede indispensabili; le chiama A-T-T , probabilmente é l’uomo piú serio che abbia conosciuto”.

“E pensi che con te stia facendo seriamente?”

“Certo che no”.

“Perché le donne sempre vogliono quello che non possono avere?”

“E perché credi che gli uomini danesi sempre chiedono di piú”.

“Chiediamo di piú?”

“Si, e se una donna ha un fidanzato danese, deve sempre sforzarsi al massimo per essere alla sua altezza”.

“Ma queste considerazioni provengono dalla tua testolina?”

“Come ci sei arrivata?”

“Dimmi la veritá!”

“No…”

“Lo hai letto!”

“No”.

“Te lo ha detto lui?”

“Si, e molte altre cose utili sugli uomini danesi”.

“Basta! Lo uccideró! La faró finita con quel bastardo prima che riesca nel suo intento!”

*

Un pó riluttante avevo intrapreso il viaggio nel deserto del Sahara, peró se aspettavo ancora un pó, sicuramente sarei diventato come quel genere di uomini, che arriva alla fine dei suoi giorni, senza essersi concesso di fare nessuna idiozia nella vita. Stupida Lista!

Inizialmente l’intenzione era di intraprendere il viaggio su un cammello in caravana, peró non mi piaceva l’idea di metterci troppo tempo e poi pensando ai miei poveri grossi glutei sballottati, anche se per un breve tragitto da Giza alle piramidi Step, ho optato per l’altra soluzione, immischiandomi con due ladri di macchine, intenzionati ad attraversare il deserto per vendere una Mercedes, tra la frontiera di Niger e Nigeria. Da quello che sono riuscito a capire, i due ladroni forse avevano ucciso il propietario della macchina, ma che avrebbero ucciso me, di questo avevo certezza assoluta. Uno di loro voleva mantenermi in vita fino a Arlit cosí quando si affossava la macchina io ero la loro gru; mentre l’altro voleva uccidermi il prima possibile: l’uomo che era stato punto dallo scorpione. In realtá non era piú crudele dell’altro, semplicemente meno intelligente, non capiva che io ero in quella fase della loro vita, per cosí dire, indispensabile. Bisogna pensare prima di agire! Come si puó rubare una Mercedes in mezzo al deserto! É facile capire che un fuoristrada sarebbe stato piú appropriato.

Mi ero tanto calato nella realtá che stavo vivendo, che mi stavo abituando all’idea che quella gente araba musulmana non avesse altra cosa in mente che uccidermi.Tuttavia anche se sapevo sbrogliarmela abbastanza bene con gli uomini disarmati, non posso dire lo stesso sui miei anfitrioni che invece stavano diventanto un tantino infastidenti. L’ultima volta che spinsi la Mercedes fuori dalla sabbia, gli uomini se ne andarono. Il tipo piú gradevole, cioé quello che penso volesse uccidermi poco prima di Arlit, aveva tirato fuori dalla macchina il mio sacco a pelo, il mio piumone termico americano ed il mio zaino, peró si era dimenticato la radio ad onde corte ed il mio portatile. Quindi avevano deciso di graziarmi malgrado tutto ...

Mi stavo seriamente irritando. Avevo deciso di intraprendere il viaggio in autostop con quei due piuttosto che in bicicletta, sia per una questione di peso corporeo e sia perché volevo dimostrare qualcosa a me stesso che sarebbe stata la essenza di quel viaggio mal organizzato. Non c’é niente di intrinsecamente perverso negli arabi musulmani e per dimostrarlo diventeró amico di quei due ciarlatani.

A volte la nostra amicizia sembrava prendere la giusta piega; ogni tanto li sentivo piú vicini come se incominciassero a trattarmi come un essere umano e non una gru con due gambe ed un portafoglio. Il problema principale era che uno dei miei futuri amici continuava nel suo intento di uccidermi tutte le volte che si presentava la occasione. L’ultimo tentativo anche se organizzato dal conducente, il tipo buono, era risultato piú un abbandono che un omicidio; era la quarta volta che ci provavano, ogni volta dovevo ricominciare da zero per ricostruire la ipotetica amicizia ed il tempo incominciava a scarseggiare perché ci avvicinavamo sempre di piú alla meta.

*

Quando i miei amici se ne andarono, presi le mie cose rimaste ed incominciai da solo la marcia, tutto lasciava intendere che non avrei piú rivisto né gli uomini, né le mie cose. Negli ultimi giorni, comunque, avevo preso coscienza del fatto che quegli uomini erano miracolosamente in grado di svolgere male anche le attivitá piú semplici; confidavo vivamente quindi che questa volta si superassero, infatti dopo quasi un miglio, vicino alla cresta di una piccola duna di sabbia, vedo la Mercedes a meno di duecento metri di distanza. La grande macchina stava lí affossata a meno di un quarto di miglio dall’inizio della strada asfaltata che ci avrebbe condotti a Arlit ed ai paesi del sud del Sahara.

I due erano lí sulla sabbia aspettando il mio arrivo.

Anche se interiormente ero arrabbiato, incominciai a sorridere ed a scuotere la testa: Dilettanti.

Salutandomi amabilmente mentre mi avvicinavo a loro dissero: “Volevamo solo guidare fino a raggiungere terreno sicuro”.

Dopo essermi assicurato che il portatile e la radio stessero al loro posto, lanciai sul sedile posteriore le cose che portavo con me.

“Il tuo equipaggio lo abbiamo preso, non é cosí? Per errore….Volevo dire ... che noi...”

Siccome le capacitá intellettuali dei due non erano tali da potermi dare una giustificazione interessante, spostai il mio interesse verso altro: la macchina si era affossatta piú che mai.

“Ti avremmo aspettato sulla strada o saremmo tornati indietro a prenderti.”.

Perdemmo un sacco di tempo per tirare fuori dalla sabbia la macchina e senza aiuto non ci sarebbero mai riusciti.

“Abbiamo trattato bene le tue cose, vero che le hai trovate esattamente dove le avevi lasciate?”

Alla fine realizzai che il conducente preso dalla disperazione incominció a sterzare senza senso e ad accellerare stupidamente all’impazzata quando giá era impossibile spostare la macchina.

“Quando arriviamo ad Arlit ti invitiamo per festeggiare”.

All’improvviso il rumore di un veicolo che si avvicina attira la mia attenzione; sembrava che i miei amici palestinesi lo sapessero perché non sembravano per niente sorpresi, ma neanche felici.

La visibilitá non era chiara, riuscivo a vedere solo i contorni del veicolo.

Gli uomini sembravano preoccupati mentre si avvicinava la macchina, “ti offriremo la ragazza piú carina della cittá”.

“Qualcuno che conoscete? Amici vostri?”

“No”.

“Banditi? Polizia?”

“L’uomo con lo scorpione”.

“Gli avete dato soldi falsi?

“No”.

“E allora perché viene qua?”

“Compra auto bloccate”.

“Ti riferisci a macchine come questa?”

Il mio amico, quello che non mi voleva uccidere fino a destinazione, annuí.

“Che coincidenza incontrarne una proprio qui vicino alla strada!”.

“Cercherá di allontanarti con l’inganno: prima ti offrirá soldi e poi cercherá di ucciderti”.

“Quante volte al giorno?”

Il mio amico mi guardó come se non capisse.

“Dimmi solo approssimativamente”.

Nessuno rispose e nessuno apprezzó la domanda.

“ E perché mi dovrebbe uccidere?”

“Perché sei andato a letto con la sua fidanzata”.

“Come faceva a saperlo?”

“Devi rimanere con noi ed aiutarci”.

La grande Jeep si fermó a quindici metri da noi, sembrava uscita dal fim “Mad Max”.

“Abbiamo buttato le tue cose? No vero?”

*

“Thor, uscendo dalla macchina gridó: “Senti tu, maledetto svedese!”

Il danese dalla barba rossa che indossava un elmetto vichingo di plastica da football ed un gilet rosso e bianco abbinato era cosí ridicolo che appena riuscí a trattenermi dal ridere “Diavolo se non é il piccolo danese! Se stai cercando il pub hai preso la direzione sbagliata”.

“Hai sedotto la mia fidanzata!”

“Se lei lo dice!”

“Lei no, i tuoi amici, ti hanno venduto in cambio dell’antidoto”.

“Per l’amor di Pete!” Esclamai dirigendomi ai miei amici arabi: “Non so se si puó scendere piu in basso di cosí!”

Thor incominció ad avvicinarsi alla Mercedes.

Tagliai la strada al danese e gli porsi la mano “Salve, sono Andrés Laszlo Jr”.

Thor ci pensó un pó prima di darmi la mano “Jens Otto Laudrup, peró la gente mi chiama Thor, come preferisci morire?”

Strinsi la mano a quell’uomo dall’aspetto poco furbo con tanta forza come non era successo a nessuno negli ultimi tempi.

“Puoi ripetere per favore? Non stavo ascoltando!”

“Io, io ...”

Allentai la presa da un nove ad un sette secco che generalmente permette alla gente di poter parlare.

“Non lo devi prendere alla lettera”.

“Bene! Perché non ho nessuna intenzione di morire in questo momento”.

“Apprezzo ... Accetto”.

“Nonostante ció, potrei slogare qualche osso della tua preziosa mano”, e ricominciai a stringere fino ad un otto forte “e potrei decidere di schiacciarne qualcuno, abbandonarti incosciente, prendere la tua simpatica macchina ed anche la tua ragazza che tra l’altro non tratti bene per niente!”

Thor non disse niente, sembrava avesse troppo dolore per poter dire qualcosa.

Allentai la presa ad un sette piatto. “Quindi a meno che non mi dai una ragione plausibile per non farlo ...”

“Ho sei piedi e tre pollici”.

“Si?”

“Peso centoventi chili”.

“Sí?”

“E stai incominciando a darmi fastidio”.

“Davvero?”

“Si, e quando mi altero, io ...”

Strinzi ancora di piú la mano, “Che fai quando ti alteri?”

“Io ... mi butteró per terra ... schiamazzando... piangendo e gemendo ...”

Sorrissi mentre allentavo la presa ad un sette.

“E tu ti devi chiedere se sei sufficientemente uomo da stare a guardare qualcuno con la mia stazza comportarsi cosí”.

Sorrisi, liberai la mano di quel balordo ed andai dai miei amici arabi dicendogli: “Ritornatene in Danimarca!”

“Che ci fai insieme a quei ragazzi?”

“Cerco di stringere con loro amicizia”.

“Vi abbiamo visto allontanare e vi stavamo tenendo sotto controllo”.

“Perché?”

“Mi piacciono le macchine di seconda mano ed aspettavamo il momento che si affossasse, alla maggior parte di quelle a due ruote succede”.

“Questo non mi riguarda, io solo faccio autostop”.

“Cat dice che hanno cercato di ucciderti due volte”.

“Se conti quest’ultima sono quattro”.

“E allora perché non ti allontani da loro e vieni qua?”

“Perché dovrei farlo?”

“Io potrei comprare l’auto, dopo, tu non li aiuti piú, ed io ti do mille dollari di ricompensa”.

“No”.

“Perché non ti avvicini cosí ne parliamo meglio”

“Non abbandono i miei amici, sono un uomo di principio”.

“Ho un ventilatore e delle birre Carlsberg”.

“Fredde?

“Ghiacciate”.

“Fammi prendere il portatile”.

A prescindere dall’energica protesta dei miei amici che mi garantivano eterna amicizia, mi dirissi immediatamente verso la macchina del danese.

La ragazza quando uscí dalla macchina per farmi posto mi lanció un timido sorriso, dopodiché si avvicinó alla Mercedes bloccata per dargli un’occhiata.

“Entra, qua si sta benissimo e c’é molto spazio.”

Efettivamente l’ambiente era piuttosto fresco, e la birra miracolosamente ghiacciata.

“Allora dimmi! Quando non sei occupato a sedurre le donne degli altri e non cerchi di farti uccidere, di che ti occupi?”

“Ho una lista di cose da fare”.

“Cat me ne ha parlato”.

“Ho appena fatto domanda per una particina in un film che mi ero ripromesso di sperimentare”.

“E ci sei riuscito?”

“No, mi hanno mandato una richiesta di partecipazione al fan club da compilare e probabilmente ancora stanno ridendo di me, peró almeno ho cercato di fare del mio meglio e non ci pensó piú.

“E adesso?”

“Adesso attraverseró questo ostile deserto e poi ritorneró ad Oxford”.

“Oxford in Inghilterra, sta al nord, lo so perché noi vichinghi la invadevamo spesso; vai verso sud, perché?”

“Attraversare il Sahara é un obiettivo della lista anche se insolitamente idiota”.

“Fai questa pazzia solo perché sta scritto in una lista?”

“Sí”.

“Questo é ció che ti muove, mettere in pratica quello che ti sei prefisso?”

“Piú o meno é cosí, peró mi rimangono da fare solo tante cose difficili e poche divertenti”.

“Che cosa?”

“Principalmente cose accademiche, nella migliore delle ipotesi cercheró di remare verso Cambridge a meno che l’equipaggio non sia troppo leggero, oppure cercheró di sparare una tigre divoratrice di uomini”.

“Divertente quello della tigre”.

“Forse ... Non sono sicuro di volerlo fare”.

“Perché no?”

“Perché sono in pericolo di estinzione e mi fanno un pó paura”.

“ E che succederá con questi ragazzi?”

“Chi?”

“Gli Arabi, se li fai uscire da li cercheranno di nuovo di ucciderti”.

“E quindi?

“Non pensi che sia una offesa?”

“Veramente no, in fondo credo che inizino a prendermi in considerazione”.

“Questa gente non fa per te, odiano tutti quelli che non sono come loro”.

“Io sono mezzo francese”.

“Non é sufficiente, a meno che non abbiano ricevuto da te una stretta di mano...”

“Questa sarebbe l’ultima risorsa”.

“In realtá ho un’altra idea”.

“Quale?”

“Ho un piano per farli entrare nel tuo fan club”.

“Veramente questo tema lo vorrei risolvere da solo”.

“E far entrare Cat nel mio”.

“Non ne vale la pena”.

“Vedi ... io la amo veramente”.

“Questo... Questo lo devi risolvere senza di me”.

“E guadagneresti anche un pó di soldi”.

“Non mi piace il denaro”.

“E ventiquattro Carlsberg ghiacciate”.

“Ok ti ascolto”.

“Non hai paura degli scorpioni vero? ”

Io sempre ho avuto paura degli scorpioni e continuo ad averne, peró mi piacque il resto del piano e dopo un altro paio di birre mi diressi un pó barcollando verso i miei amici per incominciare a mettere in pratica lo stratagemma. Funzionó tutto alla perfezione e quando piú tardi stavo sul punto di riunirmi con gli arabi, il danese gridó: “Facendo tutte queste cose!”

“Come?”

“Hai detto che ti rendono forte?

“Sí”.

“Come? Perché?”

“Mantenendo sempre quello che dici, rispetti te stesso, e quando uno mantiene la parola data per un certo tempo, é una stupidaggine perderla solo per un dettaglio. Sono queste le cose che ci spingono ad andare avanti e per continuare, non importa se durante il cammino bisogna a volte fare qualche idiozia”.

“Hai paura qualche volta?”

“Sempre”.

“E che mi dici della tigre?”

“Veramente non sono mai andato a cercarne una”.

“Quindi non ci sará la caccia alla tigre?”

“No, a meno che non inciampi su una”.